Nella cornice dell’80° Mostra del Cinema di Venezia e dell’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, oltre al grande evento del Filming Italy Best Movie Award nella giornata di oggi – 3 settembre 2023 – si è tenuto anche il convegno industry dal titolo “Come l’audiovisivo italiano può tornare centrale nel mercato globale?”, appuntamento organizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo e moderato da Vito Sinopoli, amministratore unico di Duesse Communication ed editore delle riviste Tivù, Box Office e Best Movie.
Dopo i saluti iniziali di Tiziana Rocca, co-fondatrice e direttrice generale e artistica del premio, il convegno è stato inaugurato dalla premessa generale che in questi anni il sistema audiovisivo italiano è diventato una vera e propria industria grazie ai contributi di tante realtà internazionali e al supporto del Ministero della Cultura. La concorrenza è aumentata, ma l’Italia c’è e vuole essere sempre più protagonista. Qui di seguito, tutti gli interventi dei relatori chiamati a partecipare:
ANNA ROSCIO (executive director sales & marketing di Imprese Intesa Sanpaolo)
Quale è il ruolo della finanza nello sviluppo di qualunque industry, specialmente audiovisiva?
La nostra presenza a questo evento come partner testimonia la volontà della banca di essere vicina a questo settore, crediamo che la finanza debba proporsi come partner dei suoi operatori. Come lo facciamo? C’è un primo tema di quantità delle risorse immesso nel tempo, oltre 2 miliardi e mezzo di finanziamenti erogati e oltre 200 solo quest’anno, ma anche uno di competenze e qualità. Ci siamo organizzati con un desk dedicato e il responsabile è Nicola Corigliano. La finanza deve entrare nel meccanismo della produzione e costruire un prodotto ad hoc, vicino alle diverse fasi della produzione. È un settore in crescita che tocca tanti mondi, una filiera diversificata per la quale ci stiamo attrezzando per cercare di dare una spinta verso l’internazionalizzazione. È importante essere vicini alle grandi produzioni internazionali e dare visibilità a quelle italiane all’estero. Lo facciamo con un network interazionale forte e collaborazioni con banche internazionali. Siamo anche operativi con la tax credit, che speriamo rimanga anche se ora ci sono un po’ di nuvole nere su questi bonus.
ANDREA SCROSATI (Group Coo e Ceo europeo di Fremantle)
Quale è la percezione di Fremantle, grande operatore sul mercato italiano, del nostro sistema? E quali saranno le ricadute sul mercato ora che è scoppiata la bolla delle piattaforme?
Penso che cinema italiano viva un momento fantastico. In questo festival ci sono sei italiani in concorso, è una cartina tornasole del successo italiano come industria. Ci sono talenti e soggetti internazionali che vengono a lavorare per società italiane, a Cinecittà, addirittura alcuni fanno post-produzione qui da noi. La svolta degli ultimi anni è data dal contributo delle istituzioni: non solo il mercato internazionale riconosce il talento italiano, come sempre ha fatto, ma anche la possibilità di produrre con efficienza in Italia. Sono ottimista: è frutto di un ecosistema, della tax credit e di un’organizzazione che è tra le migliori al mondo. La bolla delle piattaforme è scoppiata, sì, alcuni di questi gruppi avevano valori in borsa esagerati, però anche su questo sono ottimista. Penso sia in corso una razionalizzazione, il mercato finanziario non guarda solo alla crescita ma anche ad altri elementi più tradizionali come il profitto. Il pubblico in tutto il mondo vuole vedere contenuti fatti bene e le piattaforme hanno avuto un ruolo positivo in questo. Oltre a finanziare, hanno fatto sì che in Italia si guardi una serie americana con la stessa passione di una italiana e viceversa. Finché non c’era Netflix non è successo. Abbiamo un solo obiettivo: produrre qualcosa di bello e questo nuovo ecosistema ha aiutato anche i player tradizionali come la tv pubblica a fare un ulteriore salto.
Maria Pia Ammirati (direttrice Rai Fiction)
Turchia, Israele, Spagna e Corea sono Paesi che hanno guadagnato posizioni nel settore audiovisivo. Cosa possiamo fare noi di più? E quale ruolo deve ricoprire il servizio pubblico per dare visibilità alla serialità locale in tutto il mondo?
Siamo in un mercato globale molto rapido nelle sue scelte, in estremo cambiamento. È ingaggiante e bello. Come servizio pubblico tradizionale con una sua anzianità, il passaggio da broadcaster a media company è stato complicato, ma il mercato ci ha aiutato a capire che non siamo monopolisti e che non c’è neppure più il duopolio. La Rai non guarda solo un competitor, ma è pienamente nel mercato degli streamer. Siamo stati spinti ad alzare l’asticella della quantità e non solo della qualità. Oggi facciamo un lavoro domestico importante: lavoriamo su formati lunghi da 14-16 episodi, ma anche su prodotti di nicchia per il mercato internazionale. La lingua non è più un limite, la chiave è il contenuto fatto di idee e costruzione, uno sviluppo molto attento, una grande scrittura. L’apertura verso i mercati internazionali è fondamentale: se non vuoi restarne fuori, bisogna uscire dai confini con prodotti adatti che parlino molte lingue, che siano accessibili a pubblici diversi.
Tinny Andreatta (vicepresidente contenuti italiani di Netflix e presidente unione editori media audiovisivi di Anica)
Netflix ha avuto un ruolo importante nel far conoscere a livello planetario film e serie mai viste. Alcuni Paesi però funzionano meno di altri, cosa contribuire a farli emergere? E l’Italia in cosa deve crescere: processo creativo o risorse finanziarie?
Il sistema italiano è ricco e fertile, in grande fioritura anche grazie alla legge cinema. Netflix è arrivato come un turbine: il cambio di doppiaggio permette a qualsiasi Paese di competere a livello paritario, ha cambiato le cose a Hollywood e nelle produzioni di tutto il mondo. Per noi è una opportunità enorme che si inserisce in un mercato in incandescente crescita: la produzione italiana aveva dei limiti, come la lingua. Netflix ha aperto delle rotte, abbiamo invitato i nostri compagni di strada ad intraprenderlo: non è Hollywood che guarda all’Italia ma si punta a fare contenuti ambiziosi. L’Italia invece è il Paese della grande bellezza e degli eventi, trovando un sistema distributivo che consente al contenuto di arrivare nel resto del mondo ora può fare quel salto per fare in modo che non solo singoli prodotti, ma la nostra cinematografia sia riconosciuta secondo un principio. È un momento di crescita tale che il talento abbiamo bisogno di farlo crescere qui da noi. Netflix ha fatto investimenti importanti sulla formazione. È un contributo che va verso la diversità di racconto: ognuno deve fare racconti diversi e ambiziosi. Cito Il Gattopardo, progetto grandioso che un tempo avremmo dovuto girare in inglese facendo compromessi . Invece ora no.
Marco Azzani (country manager di Amazon Prime Video)
Prime Video contribuisce meno a far conoscere altri Paesi ma ha comunque aiutato ad allargare i confini. Cosa si può incrementare in Italia?
I giacimenti creativi e i talenti non mancano in Italia, anche a livello industriale. Noi agiamo sia sui business model sia sull’aumento della barra qualitativa e dell’ambizione. Attori come Prime Video hanno fatto questo e non solo: hanno alzato l’ambizione di prodotti che volevano essere internazionali e continuerà a farlo. Per esempio abbiamo lanciato Citadel, serie ad altissimo budget il cui spin-off sarà italiano, prodotto proprio qui. Dà il senso dell’attenzione dei produttori e delle realtà americane verso l’Italia come potenziale bacino, grazie anche al supporto della tax credit che favorisce quel tipo di investimento. Anche lo sciopero secondo me aprirà una finestra interessante nei prossimo 18 mesi. Il nostro tema è la flessibilità: si va da una ripartizione assoluta dei diritti fino a progetti con ambizione globale che spingiamo noi. Ciò che piace ai clienti locali piace a tutto il mondo bene o male, c’è aderenza e questo ci permette di produrre per il pubblico italiano ma con una qualità produttiva che ha quel tipo di ambizione.
Paolo Del Brocco (amministratore delegato di Rai Cinema)
Nel 2022 sono stati investiti 240 milioni per il cinema italiano. Cosa serve al mercato audiovisivo per essere decisivo a livello globale?
Siamo troppo concentrati sulla distribuzione in Italia. A mio avviso non abbiamo distributori italiani forti anche internazionalmente, ma non per colpa loro. Ce ne sono altri che hanno più esperienza e anche più soldi. Rafforzare questa attività è un elemento importante. Le piattaforme hanno giocato un ruolo importante e possono continuare a farlo. Ma una piattaforma per distribuire all’estero deve avere quel prodotto anche per l’Italia, è un po’ più limitante. Su questo qualche riflessione di sistema sarebbe importante farla. Dobbiamo anche smetterla di farci male da soli: quando leggo certe cose su un film con caratteristiche internazionali presentato qui a Venezia… con tutto il rispetto però siamo un po’ “tafazziani”. Dobbiamo fare film più grossi ed esportare lo star system. Non si fa in cinque minuti ma negli ultimi anni sono stati fatti film da noi e altri studios con una qualità che non ha nulla da invidiare. Siamo sulla buona strada.
Nicola Maccanico (amministratore delegato di Cinecittà)
Il titolo del convegno è un po’ provocatorio nei vostri confronti, Cinecittà ospita ogni tipo di produzione, come reagisce?
Dobbiamo cominciare a parlare meno al futuro: credo che il tema oggi sia la crescita equilibrata e da un certo punto di vista la creazione di modelli che consentano ricchezza nella crescita. L’audiovisivo è già centrale, per i talenti, le produzioni, per il ruolo dei manager. È un fatto. Il vero tema è come non arretrare, perché nulla è garantito. Da un lato ci sono grandi opportunità, dall’altro ci sono meccanismi che non le distribuiscono bene. Rispetto a Cinecittà, credo che possa svolgere un ruolo fondamentale nel consolidamento nel nostro ruolo. Credo che non sia solo simbolo, ma per poter essere solidi nel mercato globale abbiamo bisogno di un’infrastruttura di riferimento. Ho la sensazione che negli ultimi due anni e mezzo ci sia stata una crescita nella capacità professionale, si impara e si cresce lavorando. Ritengo che lo sviluppo industriale funzioni e che sia fondamentale che Cinecittà sia pubblica. Non conosciamo il domani, ma se gli italiani saranno più grandi la occuperanno di più. Quando avremo delle fragilità, ospiteremo produzioni internazionali. È una pietra angolare che tiene equilibrio le cose al di là delle fluttuazioni. L’Italia è tornata centrale e deve restarci.
Nicola Borrelli (direttore generale Cinema e Audiovisivo del MiC)
Per rendere centrale l’audiovisivo in Italia nel mercato globale, in che direzione andranno concentrate le risorse nel futuro?
Fra gli obiettivi principali della legge cinema c’è sicuramente lo sviluppo della collaborazione internazionale del sistema audiovisivo italiano. Se devo fare un bilancio, ad oggi siamo molto soddisfatti, ma consapevoli che c’è da lavorare. I margini di miglioramento ci sono, ma è frustrante vedere che i maggiori film italiani hanno un distributore internazionale solo: sono grandi film ed è importante che ci sia un grosso player a partecipare, ma è indice di debolezza di un settore sul quale occorre intervenire. L’internazionalizzazione – termine orrendo – è una pietra angolare della legge cinema. Abbiamo come obiettivo anche la diversità culturale, i talent e le imprese. Indirizzare 300 milioni di euro verso Cinecittà risponde al ragionamento di Maccanico: avere una infrastruttura importante è decisivo per i percorsi di crescita. Può essere ancora più centrale? Sono d’accordo che lo sia già, qualcosa è già successo. In occasione della legge cinema avevamo fatto studi comparativi e i risultati erano imbarazzanti, ora questi studi dicono che c’è molto da fare, altre leve da attivare e finanziare, ma sicuramente abbiamo colto l’onda lunga dei mercati internazionali. Siamo in prima linea? Forse no, ma siamo messi bene. Nei prossimi pochi mesi come ministero dovremo aggiustare le linee di intervento. Vanno riviste tutte, la tax credit ma non solo. L’anno scorso abbiamo avuto un miliardo di euro di investimenti grazie alla tax credit. È una delle stelle polari, ma c’è anche la consapevolezza che per quanto sia stato fatto molto, restano da fare molte altre cose. La strada è giusta ma guai a tirarsi indietro e bearsi di risultati. Il ministero ha sempre lavorato in costante dialogo con gli operatori e le associazioni. Dobbiamo proseguire in questa direzione, ciascuno deve cogliere punto di vista dell’altro. Se lo cogliamo, nei prossimi pochi mesi riusciremo a fare aggiustamenti utili agli operatori e ai creativi protagonisti. Sono loro che devono suggerirci quali sono aggiustamenti che dobbiamo fare: noi ascolteremo e poi il Ministro prenderà la propria decisione.
© RIPRODUZIONE RISERVATAIn caso di citazione si prega di citare e linkare boxofficebiz.it