WGA e Cinema United contro la fusione Paramount-WBD: «Va bloccata»

Dopo il sorpasso di Paramount su Netflix per WBD, le associazioni degli sceneggiatori e degli esercenti americani alzano il muro

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La nuova svolta nel braccio di ferro che da mesi agita Hollywood attorno al futuro di Warner Bros. Discovery ha già prodotto un effetto immediato: una raffica di reazioni contrarie, soprattutto da parte di chi teme che l’ennesimo riassetto industriale finisca per ridurre gli spazi di lavoro, comprimere la concorrenza e incidere direttamente sulla quantità di film che arrivano in sala. L’ipotesi Netflix è stata per un periodo lo scenario dominante, ma l’emersione di Paramount come acquirente ha riaperto il dibattito su antitrust, potere contrattuale e tenuta del modello theatrical.

A prendere posizione in modo netto è innanzitutto la Writers Guild of America, con WGA East e WGA West unite in una dichiarazione congiunta diffusa venerdì 27 febbraio 2026, all’indomani della notizia secondo cui Paramount ha superato Netflix nella corsa per lo storico studio. Il sindacato degli sceneggiatori ribadisce la propria opposizione a qualsiasi ulteriore consolidamento, sostenendo che il cambio di partner non cambia la sostanza del problema. Nelle loro parole: «La combinazione è diversa ma il risultato è lo stesso: la proposta fusione Paramount-Warner consoliderebbe il controllo di due importanti studi cinematografici e televisivi e servizi di streaming, e di due dei maggiori datori di lavoro di sceneggiatori. La perdita di concorrenza sarebbe un disastro per gli sceneggiatori, i consumatori e l’intera industria dell’intrattenimento. Questa fusione deve essere bloccata». La WGA collega questa posizione a quanto già espresso in precedenza, quando era emersa l’ipotesi di un accordo con Netflix, definendo quella mossa «ciò che le leggi antitrust sono state progettate per prevenire».

Sul fronte delle sale, la linea non è più morbida. Cinema United, associazione di categoria degli esercenti, sottolinea che la contrarietà non era legata al nome del potenziale acquirente, ma alla logica di fondo dell’operazione. Il presidente e CEO Michael O’Leary, intervenuto venerdì 27 febbraio 2026, ha rimarcato che gli ultimi sviluppi non hanno modificato le preoccupazioni: «Siamo stati chiari fin dall’inizio sulle nostre preoccupazioni riguardo al consolidamento, e nulla di ciò che è accaduto nelle ultime 36 ore ha cambiato questo. Il consolidamento degli studi storicamente porta a meno film prodotti, e a questo punto non c’è motivo di credere che l’esito qui sarà diverso. Continuiamo a sollecitare i regolatori a tenere a mente le lezioni del passato».

Il contesto dell’operazione è quello di un accordo da 110 miliardi di dollari, con Warner Bros. Discovery che si venderebbe a Paramount a 31 dollari per azione in contanti. Netflix ha avuto quattro giorni per eguagliare la proposta, ma ha rinunciato subito, uscendo di scena dopo una lunga fase di trattativa e pressione ostile. Di fronte alle critiche, Paramount prova a rassicurare sull’output, indicando una promessa produttiva ambiziosa. In un comunicato stampa citato dalle fonti estere, si legge: «Investiremo nell’espansione dei motori creativi al cuore sia di WBD sia di Paramount. Manterremo entrambi gli studi dando priorità all’attrazione e alla fidelizzazione di talenti creativi di livello mondiale, rafforzando la nostra capacità di offrire un’ampia pipeline di contenuti di alta qualità, inclusi 15 lungometraggi cinematografici all’anno per studio, per le nostre piattaforme combinate e per partner di distribuzione terzi».

Resta però lo scetticismo sulla reale sostenibilità di numeri simili e, soprattutto, sull’impatto sul calendario theatrical: la preoccupazione riportata è che la promessa di 30 film all’anno complessivi possa scontrarsi con la realtà degli slot disponibili e con la convivenza tra “tentpole” che richiedono spazio e tempo per esprimere il proprio potenziale. In parallelo, nel dibattito continua a pesare anche il tema delle finestre, già emerso quando si parlava di Netflix: il co-CEO dello streamer Ted Sarandos aveva promesso una finestra esclusiva in sala di 45 giorni, elemento che allora non era bastato a spegnere l’allarme degli esercenti. A complicare il quadro, viene segnalato che un’audizione antitrust al Senato prevista per la prossima settimana e legata alla precedente ipotesi Netflix–Warner Bros. sarebbe stata cancellata venerdì mattina.

Fonte: Variety

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