Durante l’83ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Box Office e Tivù hanno organizzato il convegno Cosa produrre e come: l’audiovisivo in evoluzione. Partendo dalla domanda “meno quantità, più valore?”, il panel ha analizzato come stia cambiando la produzione italiana tra nuovi pubblici, sostenibilità economica, piattaforme, territori, nuove regole del tax credit e rivoluzione dell’AI.
A confrontarsi sul tema sono stati Maria Pia Ammirati (Direttrice Rai Fiction), Jacopo Chessa (Presidente Italian Film Commissions e CEO Veneto Film Commission), Benedetto Habib (Partner Indiana Production), Emanuele Marchesi (Direttore Sky Studios Italia), Massimo Scaglioni (Direttore CeRTA e Professore Ordinario di Storia ed Economia dei Media dell’Università Cattolica di Milano) e Riccardo Tozzi (CEO di Cattleya).
A moderare, Vito Sinopoli (Founder & CEO di Duesse Media Network, la casa editrice di Box Office e Tivù).
Il convegno è stato aperto dal professor Scaglioni, che ha tracciato una fotografia dello stato della produzione seriale e cinematografica nella stagione 2025/2026, inserendola nel quadro dell’ultimo quinquennio e fornendo alcune coordinate generali e numerosi dati (le slide dell’intervento si possono scaricare QUI o consultare sotto). Tra gli elementi più significativi, la crescita continua dei ricavi dell’audiovisivo europeo negli ultimi cinque anni, a fronte però di un tasso medio di crescita italiano (+1,7%) inferiore a quello di Paesi competitor come Spagna (+3,2%), Francia (+3,7%) e Germania (+2,3%).
Guardando invece all’andamento del sostegno pubblico, emerge una contrazione delle risorse: nel 2026 il Fondo si attesta a 606 milioni di euro, il 13% in meno rispetto al 2025. Il tax credit resta però dominante, con 441 milioni, pari al 73% del Fondo. Come hanno sottolineato anche diversi relatori nel corso del panel, il tax credit è ormai uno strumento fondamentale per l’industria audiovisiva italiana. Scaglioni ha però posto una questione: un’incidenza così elevata può creare uno squilibrio? E un utilizzo eccessivo dello strumento può aver contribuito a una sovrapproduzione a discapito del valore?
Scaglioni ha quindi analizzato separatamente serialità e cinema. Per quanto riguarda il prodotto seriale, le ore di contenuto scripted italiano in prima visione sono cresciute del 3%, con un incremento trainato dai broadcaster lineari (+4%), a fronte di un arretramento degli streamer (-1%). Una delle sfide della fiction italiana è, secondo l’analisi, trovare un equilibrio tra la serialità di prestigio e ad alto budget, cresciuta del 12% negli ultimi anni, e i nuovi contenuti low budget destinati ad app e social – come micro-drama, web serie e social entertainment – anch’essi in forte crescita, ma caratterizzati da costi di produzione molto più contenuti.
Anche l’offerta cinematografica, secondo la ricerca, è in aumento, con un +12% di film usciti in sala rispetto alla stagione precedente e una crescita degli incassi. Ma, mentre nella serialità emergono nuovi formati come il micro-drama, nel cinema sembra delinearsi un ritorno a uno scenario più tradizionale, nel quale è la commedia a dominare nettamente il mercato.
IL PUBBLICO ITALIANO AMA LE SERIE ITALIANE. MA SERVE PIÙ CORAGGIO E UN ATTEGGIAMENTO MENO CONSERVATORE
Il giro di interventi è iniziato con Emanuele Marchesi, nominato da pochi mesi Direttore di Sky Studios Italia, che ha ricordato come Sky Studios, nei suoi vent’anni di attività, sin dai tempi di Romanzo Criminale, abbia puntato con convinzione sul prodotto italiano. «I dati ci dicono che il pubblico italiano guarda il prodotto italiano. Le nostre serie hanno una forte vicinanza con gli spettatori, che ama storie capaci di affrontare temi universali attraverso racconti nazionali».
Marchesi si è poi soffermato sul dibattito intorno alla necessità di ridurre il numero delle produzioni per concentrare le risorse su titoli più importanti e capaci di trasformarsi in eventi. «Sento dire spesso che bisognerebbe produrre meno, ma realizzare prodotti più importanti, in grado di creare degli eventi. Credo però che il concetto di evento sia una categoria un po’ astratta, legata soprattutto alle logiche della comunicazione: spesso si scopre solo dopo se qualcosa è diventato davvero un evento. La questione, secondo me, non è tanto produrre meno, quanto produrre meglio, costruendo prodotti interessanti indipendentemente dal budget. Non è fondamentale produrre più in grande, ma produrre in modo più creativo».
Per Marchesi, uno degli elementi da cambiare nell’industria italiana è soprattutto un atteggiamento troppo pessimista conservatore. «Se un western non funziona – per fare un esempio – per cinque anni nessuno prova più a fare un western. È sbagliato, perché così si ostacolano creatività e innovazione. All’opposto, quando qualcosa funziona, si tende a riproporlo continuamente. Serve più coraggio nelle idee».
LA SELEZIONE NATURALE DEL PUBBLICO E LA CREATIVITÀ DELL’INCONSCIO (CHE L’AI NON POTRÀ MAI AVERE)
La parola è quindi passata a Riccardo Tozzi, che ha sottolineato come cinema e serialità siano due mondi differenti e, oggi, in situazioni quasi opposte, che devono quindi essere analizzati separatamente. La serialità, secondo il CEO di Cattleya, è sostanzialmente un sistema che funziona, anche sul fronte del tax credit. Uno strumento che, a suo giudizio, deve essere mantenuto, anche considerando le aliquote particolarmente attrattive offerte da Paesi concorrenti come la Spagna.
Per il cinema, invece, la situazione è tornata per certi versi a quella della fine del Novecento, con una forte dicotomia tra commedia e cinema d’autore e con la prima capace di concentrare i maggiori successi. A questo si aggiunge la difficoltà del cinema italiano a circolare all’estero, mentre la serialità italiana, nella sua declinazione glocal, è riuscita maggiormente ad approdare sui mercati internazionali.
Un’altra differenza riguarda i meccanismi di selezione dei progetti. Nella serialità, ha osservato Tozzi, il processo è molto rigoroso: prima di ottenere il via libera, un progetto deve superare il vaglio di numerosi soggetti e diverse fasi di valutazione. Nel cinema, invece, questi meccanismi sembrano essersi indeboliti. «I troppi film che si producono indicano la mancanza di un vero meccanismo di selezione. Vedo film anche realizzati bene, ma nei quali si percepisce che chi li ha fatti non si è posto la domanda fondamentale: chi è il pubblico di questo film?».
Una possibile strada, secondo Tozzi, sarebbe rafforzare la componente dei contributi automatici, destinando una parte degli incentivi a premiare maggiormente i film capaci di raggiungere il pubblico. Discorso diverso per le opere prime e seconde, che devono invece continuare a essere sostenute attraverso i contributi selettivi, affidando a una commissione la scelta dei progetti.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, Tozzi ritiene che, almeno in questa fase, l’AI sia destinata soprattutto a sostituire i lavori più meccanici. «Non penso che la creatività verrà soppiantata dall’AI. La narrazione, le storie che poi trasformiamo in film e serie, sono fatte della stessa materia di cui sono fatti i sogni. E i sogni hanno sempre a che fare con l’inconscio. L’inconscio è qualcosa che l’AI non ha e non potrà mai avere».
LA FORZA DEL TERRITORIO
Jacopo Chessa ha posto l’accento sul ruolo dei territori nella costruzione dei racconti audiovisivi e cinematografici, ma anche sull’importanza dei fondi regionali nel permettere la nascita di determinate storie, soprattutto nel cinema indipendente, dove il contributo delle Film Commission può spesso rivelarsi decisivo.
«I racconti devono vivere di territori specifici: ci sono storie che funzionano proprio perché sono ambientate lì. Penso a Le città di pianura, che è un po’ il nostro orgoglio: quel film non poteva che essere girato in Veneto e, allo stesso tempo, senza l’incentivo della Veneto Film Commission non sarebbe stato realizzato così come lo conosciamo».
Chessa ha ricordato anche l’importanza crescente dei fondi destinati alla formazione, sempre più presenti nelle strategie delle Film Commission italiane. «Formare maestranze per poter accogliere produzioni sul proprio territorio è una parte importante del nostro lavoro».
Parlando di AI, secondo Chessa sarà soprattutto il settore dell’animazione a essere maggiormente impattato. Quanto invece a ciò che dovrebbe cambiare nell’industria italiana, per il presidente di Italian Film Commissions «servirebbe uno sguardo più internazionale nella produzione cinematogarfica. Servono più coproduzioni e maggiori sostegni all’internazionalizzazione anche sul fronte delle politiche pubbliche».
CERCARE NUOVI TALENTI
Benedetto Habib ha voluto rivendicare la vitalità del settore cinematografico. «Non ha senso contrapporre serie e film. Voglio fare una doverosa difesa del nostro cinema». Negli ultimi anni Indiana Production ha visto il successo straordinario della commedia, da Checco Zalone ad Angelo Duro, lavorando in maniera strutturale anche con Gennaro Nunziante. «Stiamo lavorando per rendere la comicità un punto centrale. Lavoriamo molto sulla scrittura, sui tempi comici, sui dettagli. La sfida per noi è cercare nuovi talenti della comicità e lo stiamo facendo con metodo: abbiamo deciso di affittare un teatro a Roma nel quale cinque-sei talent faranno i loro spettacoli, così da testare direttamente cosa può funzionare».
Indiana sta lavorando anche per ampliare la squadra di scrittura. «Ci vogliono metodo e scientificità per scrivere un film comico». Ma la produzione della società non si limita alla commedia: Habib ha ricordato le collaborazioni con autori come Paolo Virzì, Gabriele Salvatores e Andrea Di Stefano. «La sfida delle sfide restano poi le opere prime e seconde: sono i film più complicati, ma anche necessari».
Sul tax credit, che per Habib rimane uno strumento intoccabile perché vitale per l’industria, il principale elemento critico riguarda il tetto per impresa. «Capisco la motivazione alla base, cioè evitare che poche grandi imprese raccolgano la maggior parte delle risorse, ma questo non significa automaticamente che le piccole imprese cresceranno di più. Sarebbe stato preferibile pensare a un meccanismo specifico per le piccole imprese, a partire dal loro accesso al credito. Così c’è il rischio di penalizzare contemporaneamente grandi e piccoli».
Sull’AI, Habib ha sottolineato la necessità di «impegnarsi a capirla e non temerla». Ma occorre anche trovare un equilibrio tra regolamentazione e sviluppo: «Troppe regole rischiano di rallentarci e di farci perdere terreno rispetto ai competitor».
TRA SEQUEL, STORIE ORIGINALI E SFIDA DELL’AI
Per Maria Pia Ammirati, «cinema e audiovisivo sono due cose diverse. La serialità sa con grande precisione qual è il proprio pubblico, mentre nel cinema è molto più difficile. Sotto questo punto di vista sono due ambiti profondamente differenti».
Parlando di Mare fuori e del suo successo, Ammirati ha sottolineato quanto sia difficile replicarne il modello. «È un esperimento difficile da riproporre in termini di genere: è uno young adult ed è complicato trovare un contenuto di questo tipo capace di ottenere lo stesso risultato. Mare fuori è un prodotto unico: più che un successo è stato un fenomeno».
Sul fronte della costruzione della linea editoriale, la Direttrice di Rai Fiction ha evidenziato la necessità di combinare titoli consolidati e innovazione. «È fondamentale avere uno zoccolo duro di sequel come Mare fuori, Don Matteo e Blanca: una televisione come la nostra non può eliminarli dal proprio catalogo, perché continuano a performare molto bene. Ma è altrettanto necessario proporre contenuti diversi, che provino a innovare, come La preside e L’invisibile».
L’obiettivo deve essere produrre generi differenti e immaginare contenuti adatti a formati diversi, capaci di funzionare su più piattaforme. Da una parte titoli tratti da romanzi e IP già conosciute, dall’altra storie originali. «L’originale è più rischioso, ma è un campo importante che non bisogna dimenticare. Dobbiamo continuare a guardare al presente e alla società anche attraverso storie originali».
Infine, sull’intelligenza artificiale, Ammirati ha osservato: «L’uso dell’AI crescerà in maniera esponenziale, probabilmente senza che ne saremo neppure del tutto consapevoli. Dobbiamo studiarla e farci aiutare da chi la conosce in maniera approfondita. La mia preoccupazione riguarda un’intrusione troppo massiccia dell’AI nella fase di scrittura, perché è proprio lì che risiede una delle nostre grandi forze: noi italiani siamo molto creativi e in quell’ambito eviterei un utilizzo eccessivo».












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