Ted Sarandos replica a James Cameron: «Travisa la nostra posizione»

Il co-CEO Netflix ha replicato alla lettera del regista destinata al senatore Lee e conferma in un'altra intervista il "patto di sangue" per la distribuzione in sala dei film Warner Bros.
ted sarandosCr. Kevin Dietsch/Getty Images

Nel braccio di ferro che sta riscrivendo gli equilibri di Hollywood attorno al destino di Warner Bros. Discovery, l’ultimo scatto è arrivato quando James Cameron ha deciso di portare la discussione fuori dai corridoi degli studios e dentro le stanze della politica, mettendo nero su bianco le sue paure sul futuro del theatrical. La sua lettera al senatore Mike Lee, con l’allarme su un possibile «disastro» in caso di acquisizione da parte di Netflix e l’indicazione di Paramount come alternativa preferibile, ha però innescato una reazione altrettanto frontale da parte di Ted Sarandos, deciso a respingere l’attacco e a ribadire pubblicamente gli impegni che, sostiene, Netflix avrebbe già messo sul tavolo.

La risposta del co-CEO di Netflix è passata prima di tutto da una lettera allo stesso Lee, ripresa da Deadline e impostata come una smentita punto per punto delle accuse del regista. Sarandos apre riconoscendo il peso dell’interlocutore – «Rispetto enormemente il signor Cameron e amo il suo lavoro» – ma subito dopo alza il tono: «La sua lettera a lei travisa consapevolmente la nostra posizione e il nostro impegno verso l’uscita cinematografica dei film Warner Bros.». È un passaggio chiave, perché Sarandos prova a spostare la questione dal terreno della diffidenza ideologica a quello delle promesse operative: al senatore parla di un «fermo impegno» per una presenza robusta in sala e ricorda che lo stesso concetto sarebbe stato condiviso direttamente con Cameron, in un incontro datato 20 dicembre 2025, poco dopo l’annuncio dell’accordo per acquisire Warner Bros.

Nel racconto di Sarandos, quel faccia a faccia avrebbe toccato anche la commitment dei 45 giorni di esclusiva theatrical, con Cameron descritto addirittura come «molto favorevole». La stoccata arriva quando Sarandos aggiunge che, se mai, il regista era «più entusiasta di parlare degli occhiali per la visione di film a casa che sta sviluppando con Meta che delle finestre esclusive per i film cinematografici». Il sottotesto è chiaro: la lettera di Cameron al senatore, datata 10 febbraio 2026, ometterebbe volutamente un contesto più sfumato e una conversazione precedente meno conflittuale.

Questa linea di comunicazione si completa con l’intervista pubblicata da Variety, in cui Sarandos rilancia la sua offensiva anche sul piano mediatico. È qui che definisce «disinformazione» il rumore generato da Paramount Skydance e da David Ellison, in una finestra di sette giorni che, nel suo racconto, servirebbe soprattutto a «portare un po’ di chiarezza agli azionisti». La frecciata più citata è quella sul costo della pressione pubblica: «Probabilmente è più economico fare rumore che rilanciare la tua offerta». Sarandos rivendica un accordo «super-semplice» e quantificato – «27,75 centesimi per azione più il valore di Discovery Global» – e insiste sul fatto che, se qualcuno vorrà davvero battere Netflix, la prossima mossa spetta agli altri.

Il nodo del theatrical torna come promessa identitaria. Alla domanda sulla finestra di 45 giorni, Sarandos risponde con un’immagine volutamente teatrale: «I suoi ascoltatori possono guardarci adesso, tagliarci un dito e fare insieme un giuramento di sangue». E prova a rafforzare la garanzia aggiungendo un dettaglio operativo: al giorno 46, sostiene, il film non approderebbe su Netflix o su HBO, ma entrerebbe in una finestra tradizionale di «download a pagamento», prima dei passaggi successivi. In parallelo, contrappone la propria visione a quella che attribuisce al fronte rivale, evocando sinergie e tagli come conseguenza tipica delle fusioni «orizzontali», mentre definisce l’operazione Netflix-WBD come un’integrazione «verticale» orientata a valorizzare asset e distribuzione, non a ridurre produzione e posti di lavoro.

Sul tavolo, però, resta la diffidenza espressa da Cameron: l’idea che un impegno dichiarato non basti senza vincoli e controlli, e che il rischio non sia solo la durata della finestra ma la portata reale delle uscite. È proprio su questo terreno – promesse contro credibilità, dichiarazioni contro meccanismi – che Sarandos ha scelto di giocare la sua partita, trasformando la replica in lettera e l’intervista in una piattaforma per blindare, almeno nelle parole, il «patto» con le sale.

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