Taylor Swift prova a mettere un confine più netto tra identità artistica e intelligenza artificiale. In un momento in cui voci, volti e corpi delle star possono essere replicati con una precisione sempre più credibile, la cantante ha scelto di percorrere una strada legale che potrebbe diventare sempre più centrale anche per il cinema. La sua società TAS Rights Management ha infatti depositato tre domande di trademark presso lo U.S. Patent & Trademark Office: due riguardano la voce, con le frasi “Hey, it’s Taylor Swift” e “Hey, it’s Taylor”, mentre la terza è legata a una specifica immagine della popstar sul palco, con chitarra rosa, body iridescente e stivali argentati.
La mossa sembra pensata per rafforzare la tutela contro l’uso non autorizzato della sua voce e della sua likeness, soprattutto nel contesto dei contenuti generati dall’AI. Swift è già stata coinvolta indirettamente in diversi casi di immagini artificiali e manipolazioni digitali circolate online, comprese rappresentazioni false e contenuti che suggerivano prese di posizione mai esistite. Il trademark, storicamente, non nasce per proteggere in senso generale l’identità di una persona, ma in questo caso viene utilizzato come possibile strumento aggiuntivo: non solo per tutelare un marchio commerciale, ma per costruire una barriera contro imitazioni riconoscibili e potenzialmente ingannevoli.
Il precedente più significativo arriva da Matthew McConaughey. L’attore ha già seguito una strategia simile, ottenendo protezioni legate alla propria voce, alla propria immagine e alla celebre frase “Alright, alright, alright”, resa iconica da Dazed and Confused. L’obiettivo è chiaro: avere un margine legale più ampio nel caso in cui qualcuno tenti di sfruttare commercialmente una replica generata dall’intelligenza artificiale senza autorizzazione. Ma il caso McConaughey racconta anche l’altro lato della questione, perché lo stesso attore ha scelto di collaborare con ElevenLabs, azienda specializzata in audio AI, per creare versioni sintetiche autorizzate della propria voce.
In questo senso, il tema non è più soltanto difensivo. McConaughey userà la tecnologia di ElevenLabs per realizzare una versione in spagnolo della sua newsletter Lyrics of Livin’, mantenendo una voce riconoscibile anche nella traduzione automatica. Accanto a lui c’è anche Michael Caine, entrato nell’Iconic Voice Marketplace della stessa società, una piattaforma che consente a team creativi e aziende di chiedere l’autorizzazione per usare voci digitali di personaggi noti. Nel marketplace compaiono anche nomi come Liza Minnelli, Judy Garland, John Wayne, Laurence Olivier, Maya Angelou, Alan Turing e Babe Ruth.
La direzione, quindi, sembra doppia: da una parte proteggersi dagli abusi, dall’altra regolamentare l’uso autorizzato della propria identità digitale. Per gli attori la questione è ancora più sensibile, perché voce, volto, espressioni e fisicità non sono elementi accessori, ma strumenti centrali del mestiere. Se una replica AI può imitare un interprete senza il suo consenso, il problema non riguarda solo il diritto all’immagine, ma anche il controllo sul lavoro artistico e sul valore commerciale di una carriera.
Resta da capire quanto questa strategia reggerà davanti ai tribunali. Il percorso aperto da McConaughey e ora rilanciato da Swift non è ancora una soluzione definitiva, ma indica una possibile strada per Hollywood: trasformare alcuni tratti riconoscibili della persona pubblica in elementi legalmente difendibili. In un’industria che sta ancora cercando un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela degli artisti, il prossimo grande campo di battaglia potrebbe essere proprio questo: chi possiede una voce, un volto, una presenza, quando l’AI è in grado di riprodurli?
Fonte: Variety
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