La pubblicazione dei decreti direttoriali che fissano al 31 dicembre 2025 la chiusura delle finestre per la presentazione delle domande di tax credit cinema ha rappresentato un passaggio formale atteso da settimane dall’intero comparto audiovisivo. I provvedimenti firmati dalla Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura hanno chiarito tempi e modalità operative per l’accesso ai crediti d’imposta destinati a produzione, produzione esecutiva, post-produzione e industrie tecniche, mettendo un punto fermo su una fase amministrativa che si trascinava da tempo. Allo stesso tempo, però, la loro pubblicazione non ha dissipato le preoccupazioni del settore, che continuano a concentrarsi soprattutto sul futuro assetto normativo del sistema.
Un punto di vista tecnico su quanto sta accadendo arriva da Gian Marco Committeri, dottore commercialista e revisore contabile, esperto di tax credit e presidente di Smart Consulting Group, che invita a leggere i decreti per quello che sono: un atto dovuto, ma non il nodo centrale della questione: «I decreti direttoriali erano attesi – ha dichiarato a Box Office – Non sono loro il problema ma la “tenuta” del sistema con modifiche radicali applicate senza una fase transitoria consona», osserva. Secondo Committeri, il rischio non risiede nella chiusura delle finestre in sé, quanto nell’ipotesi di introdurre cambiamenti strutturali senza concedere al settore il tempo necessario per adeguarsi.
Nel suo ragionamento, uno dei punti più critici è l’eventuale ricorso al meccanismo del click day, giudicato incompatibile con la natura stessa della misura per il cinema e l’audiovisivo. «Non ci vuole un fiscalista per comprendere che l’ipotesi “click-day” non si attaglia a questa tipologia di crediti d’imposta. Qui ci sono investimenti programmati con mesi o anni di anticipo», spiega. Da qui la necessità, secondo l’esperto, di prevedere una fase di transizione di almeno un anno, che non significhi immobilismo ma accompagnamento al cambiamento: «Quindi, servirebbe un anno di “transizione” che non vuol dire non cambiare nulla, anzi. Si possono rivedere alcuni aspetti rilevanti del beneficio e potenziare controlli e requisiti di accesso».
Una posizione che si inserisce in un quadro di preoccupazioni condivise anche dalle associazioni di categoria e che, per molti aspetti, coincide con quanto sostenuto anche da Alessandro Usai a Box Office. Il tema della certezza del beneficio è centrale: «Una cosa é sapere che potrei non avere il 40% ma il 30% o il 25%, altro é non sapere proprio se il progetto potrà essere ammesso, come nel caso della “lotteria” del click-day», sottolinea Committeri. La proposta è quella di rendere il tax credit accessibile a tutti, ma subordinandolo a requisiti più stringenti, come una significativa copertura preventiva dei budget da fonti esterne, così da ridurre l’assorbimento di finanza pubblica e limitare eventuali abusi. E, aggiunge ancora, bisogna «prepararsi ad una gestione che possa evitare, nei fatti e non per vincolo di legge, il cosiddetto splafonamento. Oppure renderlo gestibile se lo stesso deriva da dinamiche produttive che hanno comunque una rilevanza significativa per il comparto, come nel caso di concentrazione in un certo anno di produzioni importanti ad elevato budget».
In assenza di una soluzione di questo tipo, il rischio delineato è quello di un blocco delle produzioni e di una perdita di attrattività del sistema italiano rispetto ad altri Paesi europei. «Altrimenti si assisterà ad un blocco delle produzioni e alla “fuga” dei produttori stranieri per i quali più che l’aliquota conta la certezza del beneficio ottenibile. E la concorrenza, anche agguerrita, in Europa non manca di certo», conclude. Uno scenario che rende evidente come la partita sul tax credit non si giochi solo sui decreti di chiusura, ma soprattutto sulle scelte che verranno fatte dopo il 31 dicembre.
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