Tax credit cinema, come funziona davvero. E perché alcune critiche sono insensate

L'avvocato Gianfranco Rinaldi, legale e consulente con oltre vent’anni di esperienza nel settore cine-audiovisivo e un passato nella Commissione Esperti del MiC, ci guida alla scoperta dei veri meccanismi del tax credit. Tra attacchi mediatici fuori fuoco e riforme necessarie, ecco perché il dibattito merita più precisione

Dalla sua pubblicazione, lo scorso 14 agosto, il cosiddetto nuovo tax credit non ha mai smesso di accendere dibattiti e polemiche. Certo, l’intero settore audiovisivo italiano condivideva da anni la necessità di un “tagliando” alla regolamentazione sul credito d’imposta alla produzione di film e serie TV, così come era stata concepita dalla Legge Franceschini del 2016, tuttavia, il testo del decreto interministeriale MiC e MEF dell’estate scorsa aveva lasciato molte perplessità. Perplessità che poi non sono state per nulla attenuate dai successivi decreti direttoriali dello scorso ottobre e che, anzi, hanno spinto diversi produttori a presentare ricorso al TAR del Lazio.
Al momento, la situazione (di stallo) è questa: il TAR ha rinviato ulteriormente le udienze per i tre ricorsi alle date dell’8 e dell’11 luglio.

Nel frattempo, non sono mancati gli appelli dei professionisti del settore per denunciare l’insostenibile condizione di incertezza, i botta e risposta con il Ministro Giuli, oltre a una forte attenzione mediatica, ben oltre la stampa di settore, sulle falle del credito d’imposta. Le principali accuse? Il tax credit al cinema sarebbe una misura fallimentare che finanzia tantissimi film che incassano pochissimo.

Peccato che analizzare l’efficacia del tax credit solo in relazione agli incassi dei film finanziati abbia lo stesso (non) senso di “verificare i benefici del restauro di una chiesa in base alla vendita delle candele…”.

A sostenerlo è l’avvocato Gianfranco Rinaldi, legale e consulente con un’esperienza ventennale nel settore cine-audiovisivo, nonché ex membro della Commissione Esperti del MiC, al quale abbiamo chiesto di spiegarci nel dettaglio i meccanismi di funzionamento del credito d’imposta, per cercare di fare un po’ di chiarezza in una narrazione spesso distorta su questo tema tanto dibattuto.

Avvocato Rinaldi, oggi si fa spesso confusione sul significato e sul funzionamento del tax credit alla produzione cinematografica. Ci spiega esattamente in cosa consiste?
«Si sente parlare sempre più del credito d’imposta concesso all’audiovisivo come se fosse l’unico settore che ne beneficia, se non addirittura come se fosse stato creato per il comparto cinematografico. In realtà, si tratta di un meccanismo finanziario introdotto nel 1998 per incentivare investimenti, sviluppo, ricerca, maggiore occupazione e altro. Non si tratta di immissione diretta di denaro nel sistema (come percepisce un esterno dalla narrazione mediatica), ma di benefici che si maturano solo successivamente alle spese effettuate per investimenti e creazione di beni specifici, e in percentuale a seconda del genere.»

E nel caso specifico dell’audiovisivo, come si applica questo meccanismo?
«Nel settore audiovisivo la percentuale massima è pari al 40% di quanto già speso, e l’importo derivante viene erogato non in denaro, ma in credito, appunto, d’imposta. Questo vuol dire che può essere utilizzato unicamente per pagare tasse e contributi per dei lavoratori, gravanti sulla spesa per l’investimento, quindi soldi che rientrano allo Stato sistematicamente. Le eventuali eccedenze non utilizzate possono essere cedute a banche o intermediari finanziari e le somme ricavate dalla cessione sono per l’80% destinate obbligatoriamente al reinvestimento nel settore, con controllo della DG Cinema e Audiovisivo. Il residuo 20% è destinato alla capitalizzazione delle società di produzione, rendendo più agevole l’accesso al credito.»

Qual è, in ultima analisi, la finalità del tax credit?
«Ovviamente, come tutte le leve finanziarie, il tax credit produce un’accelerazione degli investimenti, per il dovuto reinvestimento, il risparmio fiscale e contributivo, e anche per il minor “rischio d’impresa”, con conseguenze occupazionali e non solo: la creazione di lavoro esterno connesso alla produzione (es.: auto, taxi, ristoranti, negozi per ogni esigenza), con conseguente accelerazione della velocità di circolazione della moneta, che necessariamente provoca una moltiplicazione dei benefici in termini di incremento delle pubbliche risorse. Peraltro, se è vero che ogni investimento nel settore della cultura – secondo dati statistici – rende tre volte l’investimento (in termini di PIL), l’audiovisivo costituisce un’eccezione, poiché a tale “ritorno” debbono aggiungersi ulteriori incrementi dovuti a fenomeni peculiari quali il cineturismo, ormai grande veicolo per il rilancio turistico. Errore sostanziale, quindi, è quello di misurare i ricavi derivanti dal tax credit dagli incassi al botteghino, che nulla hanno a che vedere con le vere aspettative dagli investimenti.»

Tuttavia, la stampa generalista tende a valutare l’efficacia del tax credit solo sulla base degli incassi dei film. Cosa risponde?
«Come detto, questo è un errore sostanziale. Sarebbe un po’ come verificare cosa ha prodotto un incentivo per la costruzione di chiese o per i restauri delle stesse, non attraverso il conteggio di ciò che ha prodotto in termini di benefici lavorativi e di finanza locale, ma solo attraverso il calcolo dei ricavi dalle vendite delle candele. Chiedo scusa per il paradosso, ma l’esempio lo trovavo calzante. Il boom economico degli anni ’50 e ’60 fu conseguenza di spese, in gran parte, per le autostrade, che hanno prodotto lavoro e vendite di materiali lungo tutto il tracciato, e non certo per i pedaggi.»

Veniamo ora alle criticità: quali storture ha riscontrato nella regolamentazione del tax credit per il cinema?
«Certo, ci sono anomalie nel sistema, sia in termini di utilizzo illecito, sia in termini di utilizzo che non produce ritorni (es. pagamento di tasse per attori stranieri che non dovrebbero gravare su soggetti italiani, ma solo sugli stessi attraverso prelievo diretto sui compensi e pagamento delle tasse direttamente a loro carico). Appunto per questo motivo, non potendo la DGCA entrare sulla qualità delle spese, sarebbe opportuna la creazione di una commissione di esperti ai fini di un controllo primario dei budget e un calcolo presuntivo di ricavi in termini di benefici pubblici derivanti dagli investimenti, con possibilità di poter, magari, dirigere le spese verso quelle che producono più risultati.»

Era quindi necessaria una revisione del sistema, come chiesto da più parti?
«Si tenga presente che la Legge 220 del 2016 è tra le poche che non ha subito variazioni ed aggiornamenti importanti fino al 2021, con l’inserimento del comma 5-bis nella finanziaria pubblicata a dicembre, con cui veniva di fatto abolito il limite del credito d’imposta dettato sia dal riparto sia dal FUS. Da questa modifica è scaturito un aumento vertiginoso della domanda, soprattutto da parte di multinazionali che potevano anticipare l’erogazione del credito con risorse proprie, provocando un eccesso di “consumo” non prevedibile, poiché non più limitato. Di conseguenza, la necessità di una riforma, ora in atto, che richiede una tempistica tale da permettere un giusto confronto tra tutte le parti coinvolte.»

La riforma però ha provocato uno stallo. Quali sono, a suo avviso, i rischi maggiori?
«Come tutte le “spinte” economiche, la cosa più importante — problema che penso si stia affrontando, e che è conseguente agli eccessi di consumo di risorse — è la velocità e la rapidità della concessione. Questo perché il rallentamento o il fermo porta a un utilizzo del denaro in modo non produttivo, ma come risorsa per coprire l’indebitamento creatosi dalla sospensione. Si potrebbe anche pensare di far fronte rapidamente alla concessione del tax credit, trattandosi di un automatismo comunque analizzato nel suo importo, rilasciando una concessione provvisoria senza la percentuale di acconto, così da poter rivolgersi a istituti bancari per il credito già con una garanzia finanziaria.»

Quali proposte avanzerebbe per migliorare il sistema?
«A mio avviso, sarebbe opportuno prendere in esame, preventivamente, alcune conseguenze che potrebbero creare disagi al settore, quantomeno per i piccoli produttori indipendenti. Dapprima, è giusto che si richiedano minimi di uscite nelle sale, così da obbligare le aziende a investire (visto che gli strumenti ci sono) nella distribuzione dei prodotti per una giusta commercializzazione. Dall’altra parte, c’è da considerare la difficoltà di reperimento delle sale, che non possono essere obbligate — attraverso gli esercenti — a proiettare i film per le dovute proiezioni, poiché estranee al rapporto giuridico tra distributore e produttore. Le ragioni sono molte: il periodo natalizio, le uscite per i festival di Venezia, Berlino e Cannes, l’invasione dei film USA in migliaia di copie (con circa 2.500 schermi totali in Italia). Persino nel periodo di Cinema Revolution, ove gli incentivi per il cinema italiano sono importanti, si registrano difficoltà (piccola nota personale: proverei a proporre due biglietti al posto di uno, pur se a prezzo scontatissimo). Inoltre, l’eccesso di domanda per la disponibilità di sale, da parte di gruppi stranieri un po’ fuori dal sistema, può provocare richieste di pagamento di un corrispettivo per la sola immissione di un prodotto nel loro circuito. Opportuno, quindi, tentare di regolamentare il sistema di circuitazione delle opere.»

Infine, si parla spesso del fatto che a beneficiare realmente del tax credit siano i fornitori di servizi, più che le imprese creative. È così?
«Gran parte degli investimenti in tax credit è effettivamente a beneficio dei fornitori di servizi, i quali, attraverso terzi esecutivi, producono audiovisivi a un prezzo di mercato inferiore grazie ai benefici concessi. I corrispettivi per l’acquisizione dei diritti di messa in onda — soprattutto da parte delle piattaforme — si sono fortemente ridotti, poiché beneficiano del minor costo di produzione derivante dai benefici fiscali, diventando così molto spesso i veri beneficiari del tax credit. Sarebbe opportuno, quindi, aumentare la quota di acquisto obbligatoria di prodotti italiani, ora al 12,5%, allineandoci agli altri Paesi europei equiparabili al nostro, come la Francia, che ha una quota al 30% e che, addirittura, sta trattando per un ulteriore aumento.»

Ultima domanda. È pur vero che in Italia si producono molti film che non trovano pubblico: come costruire un “nuovo cinema” capace di parlare agli spettatori?
«Se vogliamo un nuovo cinema, dobbiamo puntare sulla formazione di autori, per contare su nuove idee.»

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