Si intitola “La grande illusione – perché un sistema di quote non salverà il cinema italiano” , il saggio intitolato dall’Istituto Bruno Leoni contro le quote di programmazione e investimento del cinema in tv. L’imposizione delle quote, secondo l’istituto, può considerarsi ammissibile per il servizio pubblico, che ha investito nel 2011 400mln di euro nell’acquisto e produzione di opere europee e 80mln per le produzioni italiane, ma non per le tv private. Si tratta, spiega il saggio, di un obbligo ex novo e di una parificazione con il settore pubblico «decisamente ingiustificata». Si tratta di misure che irrigidiscono l’operatività delle emittenti e non tutelano nemmeno gli spettatori-consumatori, ai quali verrebbe ridotta e appiattita la libertà di scelta. Le direttive europee, prosegue il saggio, impongono quote a vantaggio delle opere europee, non delle singole cinematografie nazionali. Il saggio chiede di abbandonare le logiche protezionistiche abbandonando questo sistema, che ha «l’unico effetto di gravare l’attività delle emittenti di oneri ingiustificati». Il sistema delle quote è stato introdotto nel 1989 dalla direttiva Tv senza frontiere; il Testo unico dei servizi media audiovisivi ha poi affiancato alla quota di programmazione del 50% delle opere europee un 10% (20% per la Rai) da destinare alle opere prodotte negli ultimi cinque anni, inclusi i film italiani. Nel febbraio 2013, un decreto ministeriale ha previsto inoltre una serie di sottoquote per le opere italiane (programmazione e investimento) che entreranno pienamente in vigore dal 2016.
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