Due grandi registi, Michele Placido e Pupi Avati, intervistati dal ‘Corriere della Sera’ di domenica sul possibile boicottaggio della Mostra del Cinema visto il mancato reintegro dei tagli del Fus, rispondono con due opinioni opposte. Per Michele Placido: «Ha senso se boicottare Venezia diventa l’ultimo capitolo di una lotta che deve iniziare subito, domani, ed essere totale. Ma se diventa solo un atto folk sul Lido, finisce che poi i film li danno lo stesso… Non cambia nulla». Per il regista ci vorrebbe qualcosa di più radicale: «Per 40 giorni si blocca tutto. Ma subito. Basta parole. Cinema, teatro, tv, radio altrimenti si parla, si parla e poi tutto riprende uguale. Se fossi invitato a Venezia con ‘Il grande sogno’, allora dovrei decidere: o non vado del tutto o ci vado ma solo per la conferenza stampa. Certo che boicotterei ma quanto al film dipende dal produttore accettare o meno l’invito. Blocchiamo davvero con uno sciopero generale. Il mio film, quello di Muccino, di Tornatore, tutto fermo e così mostriamo unità e forza. Poi continuiamo la lotta a Venezia». Di diverso avviso Pupi Avati: «Boicottare il festival di Venezia penso che porti scalogna. Il disamore tra il pubblico italiano e il suo cinema ha preso avvio dal ’68. Ci sono forme meno autolesionistiche, come fare al Ministero incontri ragionevoli. Quando un regista sta sul mercato ha un interlocutore nel pubblico e nelle tv che gli permettono di fare film senza sovvenzioni. Il Fus va restituito al suo ruolo a patto che finanzi i debuttanti, l’innovazione e la ricerca. Sarebbe stupido bruciare sull’altare di questa battaglia un’opportunità come quella della Mostra, vetrina che dà visibilità al nostro cinema nel mondo».
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