Martin Scorsese si schiera con l’AI: «Il cinema deve essere aperto a come può evolversi»

Il regista userà i modelli generativi di Black Forest Labs per creare storyboard. Una scelta che riaccende il dibattito sull’intelligenza artificiale a Hollywood
martin scorsese AICr. Mike Coppola/Getty Images for TCM

Un altro grande nome del cinema mondiale ha preso posizione nel dibattito che sta dividendo Hollywood sul futuro dell’intelligenza artificiale. Dopo mesi di aperture, cautele e prese di distanza da parte di registi, attori e sindacati, anche Martin Scorsese ha scelto di entrare in campo. Il premio Oscar, autore di film che hanno segnato la storia del cinema americano, è infatti diventato consulente di Black Forest Labs, società specializzata in modelli generativi per immagini e video. Una scelta destinata a far discutere, non solo per il peso del nome coinvolto, ma anche perché arriva da un cineasta che ha sempre difeso con forza l’identità del cinema come linguaggio, memoria e artigianato.

Scorsese userà gli strumenti della compagnia, in particolare il modello generativo FLUX, per lavorare agli storyboard dei suoi film. Non si tratta, almeno per ora, di affidare all’AI la scrittura, la regia o l’interpretazione, ma di impiegarla nella fase di pre-produzione, quando un’idea visiva deve essere trasformata in immagini condivisibili con la squadra creativa. È proprio su questo punto che il regista ha costruito la sua apertura: «Il cinema è un mezzo giovane, ha solo circa 125 anni, quindi dobbiamo essere aperti al modo in cui può evolversi», ha dichiarato nella nota diffusa da Black Forest Labs.

Per Scorsese, l’intelligenza artificiale si inserisce in una traiettoria già segnata da altre innovazioni tecnologiche. Il regista ha ricordato di aver utilizzato il 3D in Hugo Cabret e il ringiovanimento digitale in The Irishman, due esempi di come la tecnica possa entrare nel processo creativo senza necessariamente sostituire lo sguardo dell’autore. «Ho utilizzato il 3D con Hugo e la tecnologia di de-aging per The Irishman. Ora, con questo strumento, posso condividere ciò che sto visualizzando in modo più chiaro ed efficiente con il mio team creativo — lo scenografo, l’art director e il direttore della fotografia — perché possano svilupparlo e arricchire l’intelligenza cinematografica», ha spiegato.

Nel video realizzato per annunciare la collaborazione, Scorsese appare nel suo ufficio di New York mentre usa FLUX per costruire lo storyboard di una scena. Il regista cita anche uno dei momenti più celebri della sua filmografia, il piano sequenza di Quei bravi ragazzi ambientato al Copacabana, con Henry Hill interpretato da Ray Liotta che attraversa il locale insieme a Karen. Una scena fondata su ritmo, movimento, coordinazione e precisione, dove ogni passaggio doveva essere preparato con estrema cura. Secondo Scorsese, uno strumento simile avrebbe potuto aiutare a visualizzare più rapidamente le singole “vignette” del percorso e a rendere più efficiente il lavoro sul set: «Se hai uno strumento come questo, puoi capirlo molto, molto più rapidamente, puoi risparmiare tempo di produzione e anche ridurre l’usura della troupe».

Il punto, nelle parole del regista, è soprattutto pratico. L’AI diventa un mezzo per comunicare meglio un’immagine mentale, accelerare il confronto con i collaboratori e ridurre i tempi della preparazione, non un sostituto dell’invenzione artistica. Scorsese ha infatti aggiunto: «Durante il processo di pre-produzione, il tempo costa denaro, e questo ci ha permesso di muoverci più rapidamente senza sacrificare qualità o mestiere». Una frase che punta al cuore del dibattito: l’intelligenza artificiale può essere uno strumento al servizio del cinema, oppure rischia di comprimere proprio quelle competenze umane che rendono possibile un film?

La sua posizione si inserisce in un clima sempre più polarizzato. Tra i nomi favorevoli o comunque aperti all’uso dell’AI c’è James Cameron, entrato nel 2024 nel consiglio di amministrazione di Stability AI, la società legata al modello Stable Diffusion. Il regista di Avatar e Titanic ha più volte ragionato sull’uso della tecnologia per rendere più sostenibili i costi degli effetti visivi, senza presentarla come un’alternativa agli attori o agli artisti. Anche Steven Soderbergh ha già sperimentato strumenti generativi in ambito cinematografico, mentre altri registi, come Gareth Edwards, hanno parlato dell’AI come di una forza destinata a trasformare il processo produttivo, soprattutto nelle fasi iniziali di sviluppo e visualizzazione.

Sul fronte opposto, però, le resistenze restano fortissime. Guillermo del Toro è tra le voci più nette: il regista di Il labirinto del fauno e Frankenstein ha dichiarato di non essere interessato all’intelligenza artificiale generativa e di non volerla usare nei suoi film. Anche Steven Spielberg ha tracciato una linea precisa, accettando l’AI come eventuale strumento tecnico, ma rifiutando l’idea che possa avere l’ultima parola su ciò che riguarda scrittura, personaggi, regia e processo creativo. A questo si aggiungono le preoccupazioni dei sindacati, che dopo gli scioperi del 2023 hanno posto il tema della tutela di sceneggiatori, attori, voci, immagini e performance al centro delle trattative con gli studios.

La scelta di Scorsese, dunque, non chiude il dibattito: semmai lo rende ancora più acceso. Perché arriva da un autore che rappresenta, più di molti altri, l’idea stessa di cinema come gesto umano, artigianale e collettivo. Proprio per questo il suo appoggio all’AI, seppure limitato allo storyboard e alla pre-produzione, assume un valore simbolico enorme. Non è ancora il segnale di una Hollywood pronta ad abbracciare senza riserve i software generativi, ma è certamente una conferma che il confronto non riguarda più soltanto le aziende tecnologiche o i grandi studios.

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