Come giudica lo stato di salute dell’industria cinematograca italiana?
Oggi più che mai è necessario distinguere i vari segmenti. Il segmento produttivo, che fino alla fine dello scorso anno ha goduto di ottima salute, nel 2026 ha subìto un forte rallentamento causato dalle incertezze normative. Certamente le nuove regole sul tax credit provocheranno uno scossone nel comparto produttivo, dove i modelli di ingaggio non potranno più essere quelli del 2025. In conseguenza alle aliquote ridotte, i budget dovranno essere costruiti in modo diverso e il divieto di splafonamento molto probabilmente causerà una diminuzione dei film prodotti per anno solare. Ma siamo solo nel campo delle ipotesi perché in passato, in più occasioni, sono state apportate dal MiC modifiche o integrazioni in corso d’opera che hanno consentito al settore di limitare i danni. Il segmento theatrical sembra brillare ma così non è. Viviamo ancora della rendita di posizione generata dai super risultati di Buen camino e, Zalone a parte, il cinema italiano nel primo semestre ha faticato. Non ci sono titoli italiani grandi o medi in uscita fino a settembre e, purtroppo, anche alcuni prodotti degli Studios su cui si nutrivano delle grandi aspettative hanno sottoperformato.
Quali sono le principali sfide che la filiera deve affrontare per consolidare la ripresa del mercato e costruire una crescita strutturale?
Viviamo di strappi, di forti entusiasmi e cocenti delusioni. Continua a mancare il prodotto medio (fascia 2-4 milioni di box office), soprattutto riguardo la produzione italiana, e continuiamo a immettere sul mercato tantissimi titoli pensati per le piattaforme, dove performano benissimo, ma che in sala fanno enorme fatica e tolgono spazio e teniture a film che potrebbero ancora avere molto da dare. Immettiamo sul mercato troppi film che non hanno nemmeno l’ambizione minima di recuperare con i proventi del box office le spese di lancio. Tutto questo non è indice di un mercato sano e che vuole autosostenersi. Le teniture medie dei titoli internazionali, che sono gli unici su cui è possibile fare una comparazione con gli altri principali territori europei, sono fra le più basse in assoluto e spessissimo sul nostro mercato assistiamo a partenze molto brillanti a cui seguono cali repentini. Solo il cinema di qualità e dei grandi autori esula da questa tendenza. Dobbiamo lavorare per far sì che la sala cinematografica torni ad essere centrale e non strumento di “qualificazione minima” per gli altri sfruttamenti. Chi tiene davvero al nostro mercato sa benissimo che con una regolamentazione mirata e con una riduzione dei film in uscita in sala, alla fine tutti i players ne trarrebbero beneficio, perché se il mercato cresce e le presenze aumentano le gambe su cui si deve reggere il mercato theatrical diventano più solide e resistenti.
Qual è l’aspetto del mercato cinematografico italiano che l’ha sorpresa maggiormente, in positivo, in questa prima parte dell’anno?
Il dato più rilevante è legato alle super performance di alcune strutture che hanno portato a compimento il percorso di trasformazione ed ammodernamento. L’incremento percentuale delle presenze dopo la ristrutturazione è stato davvero impressionante a conferma che lo spettatore cerca il bello e il comodo ed è disposto anche a pagare un sovrapprezzo per avere accesso a comfort e qualità di visione. Dobbiamo sperare che l’esercizio continui su questa strada. Inoltre, sono molto felice della decisione di molti cinema coraggiosi e lungimiranti di allargare gli orari di proiezione alle fasce mattutine e sono certo che col tempo i numeri potranno diventare molto interessanti e si conquisterà anche una nuova fascia di pubblico.
Quali ritiene, invece, siano ancora i nodi da sciogliere per il bene della nostra industria?
Continua a sorprendermi la penuria di sale Imax o Large Format. In questo segmento, che spesso incide in modo determinante sui risultati di grandi blockbuster, siamo di gran lunga l’ultimo territorio in Europa e speriamo che questa carenza possa essere colmata al più presto. Analizzando i dati, si evince che il prezzo medio di ingresso dei nostri cinema non sia in linea con quello applicato nei principali territori europei. È arrivato anche il momento di capire se effettivamente l’industria e la politica hanno voglia di rimettere mano agli accordi o gentleman agreement che hanno consentito, fino alla pandemia, una importante finestra di esclusiva per le sale cinematografiche. Il cinema italiano sicuramente ha tratto giovamento da regole certe, ora bisogna capire se l’industria è pronta a lavorare su finestre moderne e intelligenti anche per il prodotto internazionale che possano riportare nello spettatore la certezza di poter vedere un film per un certo periodo (possibilmente non inferiore ai 90 giorni) solo in una sala cinematografica. E chiederei ai distributori di eliminare dai materiali dei film internazionali la dicitura “solo al cinema” per i titoli per cui è già prevista una finestra di esclusiva inferiore ai 90 giorni dalla data d’uscita. Lo spettatore deve tornare ad avere fiducia in quello che gli raccontiamo.
Il cinema italiano sta vivendo una fase creativamente vivace, ma non sempre riesce a trasformare questa vitalità in risultati di pubblico. Come si colma questo divario?
Non esistono bei film che non riescano a incontrare il pubblico pagante. Su questo dobbiamo essere chiari e sinceri. Gli spettatori cinematografici hanno dimostrato di saper individuare e premiare anche film di esordio coraggiosi e sfidanti come Le città di pianura e, nello stesso tempo, hanno dimostrato grande fiuto nel rifiutare a priori film riusciti meno bene o meno originali. Servono prodotti nuovi, sceneggiature coraggiose e non convenzionali, ricerca e sostegno dei giovani autori e dei nuovi attori. Il pubblico sempre più cerca e premia nelle sale le novità capaci di sorprendere e da poter consigliare senza “ma”.
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Luigi Lonigro (© Riccardo Ghilardi/couresy of 01 Distribution




