La minaccia di David Ellison di iniziare a spostare Paramount fuori dalla California se lo Stato non accetterà di negoziare sulla causa antitrust contro l’acquisizione di Warner Bros. ha provocato una dura reazione da parte della Writers Guild of America e del procuratore generale californiano Rob Bonta. Al centro dello scontro c’è il progetto di fusione da 110 miliardi di dollari tra Paramount e Warner Bros., operazione che la WGA e una coalizione di 12 Stati guidata da Bonta stanno cercando di bloccare in tribunale. Secondo i ricorrenti, l’accordo ridurrebbe in modo significativo la concorrenza nel settore audiovisivo e avrebbe conseguenze dirette tanto sul mercato quanto sulle condizioni di lavoro della comunità creativa.
La Writers Guild of America ha risposto alle parole di Ellison con una presa di posizione particolarmente netta. «Minacciando di lasciare lo Stato perché non vuole che il governo faccia rispettare la legge, Paramount dimostra ulteriormente il pericolo rappresentato dal suo enorme potere sull’industria e ciò che questo significherà per gli sceneggiatori e per la comunità creativa», ha dichiarato il sindacato a Variety. «Questo tipo di comportamento è esattamente il motivo per cui la fusione dovrebbe essere bloccata». Per la WGA, dunque, la minaccia di ridimensionare la presenza di Paramount in California non rappresenta soltanto una mossa negoziale, ma diventa un ulteriore argomento contro l’operazione. Il sindacato, attraverso le divisioni West ed East, sostiene infatti che l’unione tra i due gruppi violerebbe le norme antitrust e rischierebbe di produrre danni irreparabili per gli sceneggiatori, aumentando ulteriormente il potere contrattuale di uno dei principali operatori dell’industria.
Non meno dura è stata la reazione di Rob Bonta. Il procuratore generale della California ha accusato Paramount di voler esercitare pressione sullo Stato per ottenere il via libera all’accordo, ricordando come il gruppo abbia già accettato di sospendere il completamento della fusione fino a una decisione del tribunale o, al più tardi, fino a giugno 2027. «Nel giro di poche settimane, Paramount ha accettato di sospendere la fusione fino a una decisione del tribunale o fino a giugno 2027, ha chiesto un processo a novembre e ora torna con un altro tentativo di ricattare lo Stato per far passare un accordo illegale», ha scritto Bonta. Il procuratore ha poi aggiunto che la strategia non funzionerà, così come non aveva funzionato alla vigilia della causa presentata a luglio.
La controversia è destinata a pesare anche sul piano finanziario. Dal 1° ottobre Paramount dovrebbe infatti iniziare a riconoscere agli azionisti di Warner Bros. una cosiddetta “ticking fee” legata al ritardo nella chiusura dell’operazione. Con il processo fissato al 2 marzo 2027, un prolungamento dello scontro giudiziario potrebbe tradursi in costi superiori al miliardo di dollari entro la conclusione del procedimento. La causa promossa da Bonta sostiene che la fusione violerebbe il Clayton Act riducendo la concorrenza in tre aree considerate strategiche: la distribuzione cinematografica delle uscite su larga scala, quella dei titoli con i maggiori incassi e il mercato delle licenze per la televisione via cavo.
Ellison, da parte sua, ha sostenuto che l’opposizione degli Stati all’operazione non sarebbe motivata principalmente dai timori legati alla concentrazione industriale, ma dalla prospettiva che il nuovo gruppo possa assumere il controllo di CNN. Una lettura che inserisce la battaglia sulla fusione in un quadro ancora più ampio, nel quale convergono questioni economiche, antitrust e politiche. Le risposte della WGA e di Bonta, tuttavia, riportano il confronto sul terreno del potere industriale. Per entrambi, la possibilità evocata da Ellison di spostare attività e investimenti fuori dalla California non indebolisce le ragioni della causa: al contrario, mostrerebbe quanto forte possa diventare la capacità di pressione di un gruppo ulteriormente ampliato dalla fusione con Warner Bros.
Fonte: Variety
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