La grazia di Sorrentino. Intervista al regista premio Oscar

Dopo la presentazione al Festival di Venezia, Paolo Sorrentino sta tornando nei cinema di tutto il mondo con La grazia, i cui diritti globali sono detenuti da MUBI. In questa intervista, il regista riflette sulla coesistenza tra sala cinematografica e piattaforme, ma anche sulla libertà espressiva che oggi “rischia di essere limitata”
Paolo Sorrentino (foto di Claudio Porcarelli)

Ormai più di 20 anni fa, con Le conseguenze dell’amore presentato in Concorso al Festival di Cannes del 2004, Paolo Sorrentino si imponeva all’attenzione internazionale come un giovane autore con uno sguardo originale, istantaneamente riconoscibile da una singola inquadratura, portando nel mondo un “nuovo cinema italiano”. Un nuovo cinema italiano completamente slegato da qualsiasi eco neorealista, ma costruito sulla potenza dello stile, dei sontuosi movimenti di macchina, della rigorosa composizione dell’inquadratura, delle musiche elettroniche a puntellare le emozioni di personaggi estrosi, sopra le righe, per nulla verosimili ma verissimi nelle loro passioni e ossessioni.

Nei suoi 11 lungometraggi e due serie Tv – che possono essere viste come altri due lunghissimi film vista la loro potenza visiva da grande schermo – Sorrentino ha costruito un cinema spericolato, libero. Un cinema d’autore, stratificato e sfidante nella sua visione (“difficile” per dirla in maniera brutta ma chiara), eppure in grado di parlare e di far parlare il pubblico: in Italia i suoi film richiamano in sala migliaia e migliaia di spettatori (nel 2024 Parthenope ha registrato oltre 1 milione di presenze, mentre La grazia, nelle nostre sale dal 15 gennaio, è a quota 977mila biglietti) e innescano accesi dibattiti tra sostenitori e detrattori.

Tra i registi italiani più conosciuti e acclamati anche nel panorama internazionale (è l’ultimo italiano ad aver vinto un Oscar per il Miglior Film Internazionale con La grande bellezza nel 2014, e i suoi film vengono puntualmente venduti ogni volta in centinaia di mercati esteri), ora Sorrentino sta tornando nei cinema di tutto il mondo con La grazia. Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia dove ha vinto il premio di Miglior attore per Toni Servillo, il film segue il ribollire dei dubbi e dei tormenti di un Presidente della Repubblica italiana, granitico nella sua etica, che, alla fine del suo mandato, deve decidere se firmare una Legge sull’eutanasia e concedere due grazie.

Dopo l’ottima accoglienza della stampa al Lido, il film è pronto a incontrare il pubblico internazionale: in Italia è uscito il 15 gennaio nei nei cinema con PiperFilm, mentre a livello internazionale la distribuzione è gestita da MUBI che detiene i diritti globali. Ad oggi, il film è già uscito in Francia (il 28 gennaio con Pathé), e a marzo sarà nelle sale spagnole, tedesche e irlandesi.

Ma c’è anche un’altra sfida che Sorrentino ha iniziato ad affrontare recentemente, quella della produzione. Nel 2023 ha infatti fondato Numero 10, società con la quale produce i suoi film ma anche progetti di altri registi, perlopiù esordienti perché «è bello rivedere l’entusiasmo, l’emozione, la dedizione di un regista agli inizi». Le opere prime – è vero – sono spesso quelle più ricche di passione e di libertà. E oggi, come ci ha raccontato lo stesso Sorrentino, «la libertà, per una serie di ragioni, rischia di essere limitata. Questo mi preoccupa: l’autocensura, la limitazione della libertà di espressione artistica».

Di libertà, ma anche della coesistenza di cinema e piattaforme, e delle potenzialità del cinema italiano all’esterno, ci parla lo stesso Sorrentino in questa intervista.

La Grazia – Toni Servillo e Paolo Sorrentino – foto © Andrea Pirrello

Dopo la presentazione al Festival di Venezia lo scorso settembre, La grazia è uscito nei cinema in Italia e in diversi Paesi del mondo all’inizio del 2026. A livello internazionale, la distribuzione è affidata a MUBI, un servizio di streaming che sta investendo nell’esperienza di visione in sala. Cinema e streaming sembrano oggi sempre meno in contrapposizione e sempre più interdipendenti. Come legge questa evoluzione?««
«Premesso che, come tutti gli appassionati di cinema, amo l’esperienza della sala cinematografica, non posso però che essere felice della presenza delle piattaforme. Raggiungono spettatori ovunque, anche in luoghi dove la sala cinematografica non è presente. E il desiderio naturale di chi realizza un film è quello di essere visto dal bacino di pubblico più ampio possibile. Le piattaforme contribuiscono in maniera determinante a questa finalità».

A proposito di cinema e streaming, come vede la possibile acquisizione di Warner da parte di Netflix? Da regista, la preoccupano questi scenari o li considera una naturale trasformazione del sistema?
«Non sono un esperto per comprendere gli scenari futuri. Tuttavia conosco bene i vertici di Netflix, avendoci lavorato per È stata la mano di Dio. Sono persone molto serie, competenti e di parola».

Per La grazia Toni Servillo ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Il vostro è un sodalizio artistico che dura da molti anni. Come lavorate insieme nella costruzione dei personaggi, prima delle riprese e sul set? Il vostro metodo è cambiato nel tempo?
«Non direi che sia cambiato. Cerco di essere molto preciso in fase di sceneggiatura, perché le mie parole scritte sono più precise e puntuali dei miei discorsi. Sul set ci confrontiamo, in una normale dinamica tra regista e attore. Rispetto agli inizi, naturalmente, c’è una maggiore fiducia, dovuta a una conoscenza ormai più che ventennale».

Il regista sul set di “The young Pope” (Photo by Gianni Fiorito)

Nel corso della sua carriera ha diretto anche numerosi attori internazionali. Quali sono le principali differenze nel lavoro con interpreti stranieri? La barriera linguistica rappresenta un limite o può diventare, paradossalmente, una risorsa in termini di essenzialità e precisione della direzione?
«La trovo una risorsa. Non potendo avere a disposizione una gamma ampia di parole, scelgo quelle essenziali. Ho avuto la fortuna di incontrare attori e attrici internazionali così bravi da accontentarsi delle mie poche parole e fornire una performance magnifica».

Nel 2023 ha fondato Numero 10, la sua casa di produzione, con cui ha realizzato Parthenope e La grazia, ma ha anche sostenuto progetti di altri autori. Da dove nasce l’esigenza di creare una struttura produttiva propria? Qual è la linea editoriale di Numero 10?
«Prevalentemente ci piacerebbe dedicarci a opere prime. È quello che stiamo facendo. È bello rivedere l’entusiasmo, l’emozione, la dedizione di un regista agli inizi [tra i progetti in realizzazione l’opera prima di una regista italiana, Margherita Ferrari: si intitola FOA ed è ambientata durante le manifestazioni del G8 di Genova del 2001, ndr]».

Sono passati oltre dieci anni dalla vittoria dell’Oscar per La grande bellezza. Da allora il cinema italiano ha ottenuto solo due nomination. Secondo lei il problema sta nella selezione sbagliata dei titoli o nel fatto che il nostro cinema dialoga meno con le logiche dell’Academy rispetto al passato?
«Né l’uno né l’altro. Le logiche per cui un film supera tutte le selezioni per arrivare all’Oscar sono imprevedibili e sconosciute. E cambiano sempre».

“LA GRANDE BELLEZZA” (FOTO DI GIANNI FIORITO)

Cosa ha rappresentato l’Oscar per la sua carriera, artisticamente e industrialmente?
«Un salto in avanti. Una grande libertà. Una maggiore fiducia da parte di committenti e produttori».

Le piacerebbe tornare a girare un film all’estero, con attori stranieri, con una storia, paesaggi e immaginari non legati all’Italia, come era stato This Must Be the Place?
«Perché no. La necessità di fare un film nasce dall’individuare bei personaggi e una bella storia. Alle volte l’Italia è più pertinente, altre volte si intercettano storie più adatte per essere girate all’estero. Tutto dipende dalle storie: il Paese e la lingua sono solo una conseguenza».

This Must be the Place (photo by CHUCK ZLOTNICK)

Con The Young Pope e The New Pope ha anche sperimentato il linguaggio della serialità televisiva. Cosa ha apprezzato e cosa no di quell’esperienza? Sta considerando un ritorno alle serie?
«È stata una bellissima esperienza e mi piacerebbe farla di nuovo. Una serie è un racconto molto lungo e io mi trovo molto a mio agio nel raccontare storie lunghe, approfondire e moltiplicare i personaggi».

Oltre a firmare tutte le sue sceneggiature, lei ha anche scritto romanzi e racconti. La scrittura è un aspetto del suo lavoro che sembra amare molto. Dirigerebbe un film scritto da altri? Cosa la convincerebbe a farlo? C’è una sceneggiatura non sua che le sarebbe piaciuto dirigere?
«Sono andato vicino varie volte a girare un film scritto da altri. Non avrei nessun problema a farlo. Semplicemente finora non è capitato. Ci sono tanti bei film che avrei voluto girare. Sceglierne uno mi è impossibile».

Osservando l’attuale panorama cinematografico internazionale, cosa la entusiasma maggiormente e cosa invece la preoccupa?
«Sono cresciuto con il cinema d’autore degli anni Novanta, europeo e americano. All’epoca ho visto film totalmente liberi e questo mi ha fatto innamorare del cinema. Oggi vedo che quella libertà, per una serie di ragioni, rischia di essere limitata. Questo mi preoccupa: l’autocensura, la limitazione della libertà di espressione artistica. La libertà è sempre la base fondamentale per fare un film, bello o brutto che sia».

[L’intervista è stata pubblicata sul numero di febbraio 2026 di Italian Cinema]

Scritto e diretto dal regista Premio Oscar Paolo Sorrentino, interpretato da Toni Servillo e Anna Ferzetti, La Grazia è un film Fremantle, prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle, in associazione con Numero 10 e PiperFilm, girato in parte in Piemonte con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. PiperFilm distribuisce in Italia, mentre MUBI ne detiene i diritti mondiali, esclusa l’Italia; The Match Factory gestisce le vendite internazionali.

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