James Cameron torna a intervenire nel dibattito che sta agitando Hollywood attorno al futuro di Warner Bros. Discovery: il regista si era già esposto pubblicamente contro un possibile ingresso di Netflix, ma ora rafforza la sua posizione con toni ancora più netti e con un sostegno esplicito a Paramount, indicata come l’opzione preferibile nella partita. Al centro della sua presa di posizione c’è una preoccupazione precisa: la tenuta del modello theatrical e, di conseguenza, della filiera economica che ruota attorno alle sale.
Le nuove dichiarazioni arrivano attraverso una lettera inviata al senatore Mike Lee, in cui Cameron sostiene che un’eventuale acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix potrebbe produrre un effetto a catena pesantissimo sull’esercizio cinematografico. Il regista lega la questione non solo alla distribuzione dei film, ma anche all’equilibrio industriale complessivo, evocando un impatto che andrebbe dai cinema fino alle produzioni e ai servizi specializzati. In particolare, Cameron mette a fuoco quello che considera un conflitto strutturale tra l’identità della piattaforma e la logica delle uscite in sala: «Il modello di business di Netflix è direttamente in contrasto con il business della produzione e dell’esercizio cinematografico in sala, che impiega centinaia di migliaia di americani». E aggiunge che, proprio per questo, sarebbe incompatibile anche con l’operatività della divisione cinema di uno studio come Warner Bros.
Il punto concreto riguarda il volume di titoli che arrivano sul grande schermo. Warner Bros. distribuisce mediamente circa 15 film all’anno nelle sale, e Cameron teme che quell’output possa ridursi o essere reindirizzato allo streaming, con conseguenze dirette per esercenti e lavoratori. La lettera parla di un «colpo per la comunità dell’esercizio» in un momento delicato, e avverte che il danno non resterebbe confinato alle sale. Cameron delinea infatti uno scenario in cui la contrazione del mercato renderebbe più difficile approvare grandi produzioni: se i film-evento non venissero «più approvati perché il mercato si contrae ulteriormente», allora «molti posti di lavoro andranno persi». La catena, nelle sue parole, è chiara: «Le sale chiuderanno. Si faranno meno film. Fornitori di servizi come le aziende di VFX falliranno. Le perdite di posti di lavoro andranno a spirale».
Sul tavolo c’è anche l’impegno annunciato da Ted Sarandos su una finestra di 45 giorni in sala, ma Cameron non lo considera una garanzia sufficiente. Si chiede quali strumenti possano davvero vincolare nel tempo una strategia theatrical: «Quali sono i vincoli nell’accordo? Quale organo amministrativo li chiamerà a rispondere se lentamente faranno tramontare il loro cosiddetto impegno verso le uscite in sala?». E sottolinea un altro elemento che, a suo giudizio, rende la promessa debole: la quantità di schermi e la portata reale delle uscite. Netflix, scrive, ha fatto «solo una manciata di uscite cinematografiche» e spesso «in un numero simbolico di sale», per lo più «per qualificarsi agli Academy Awards». Per Cameron, questo non rappresenta la normalità dell’esercizio.
La sua è anche una posizione “di categoria”, non solo di principio: «Io sono solo un umile contadino di film», scrive, «e vedo la mia futura creatività e produttività direttamente minacciata da questa vendita proposta». E ribadisce la preferenza già espressa in passato: «Penso che Paramount sia la scelta migliore… Netflix sarebbe un disastro». In una fase in cui i grandi equilibri industriali sono in movimento, Cameron rimette dunque la sala al centro, indicando nella continuità del modello theatrical non un dettaglio nostalgico, ma la condizione necessaria per tenere in piedi l’intero ecosistema del cinema.
Fonte: THR
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