È impossibile essere un giornalista cinematografico e non aver conosciuto più o meno bene Fulvio Lucisano, purtroppo appena scomparso dopo una vita straordinariamente rappresentativa (quasi e più di molti nostri grandi attori) ricchissima di quel sale della vita che per gli imprenditori di razza è il rischio, la conquista e la realizzazione di un progetto. Che nel caso di Fulvio (lo chiamo così perché mi aveva autorizzato a dargli del tu più di vent’anni fa, durante una straordinaria intervista come presidente dell’Anica in cui nacque l’idea-base del programma Supercinema, sponsorizzato dall’Anica e a tutt’oggi tra i più duraturi e con la maggiore audience programmi di cinema in tv sotto testata giornalistica, dal Dopoguerra ad oggi) si è realizzato appieno, in maniera ordinata e spesso anche rocambolesca, in linea con l’andamento psico-creativo-economico del cinema italiano almeno fino alla durissima prova del Covid che pure non riuscì a fermare l’attività della Italian International film, ovvero il nome del progetto-impresa di Fulvio, poi ampliatosi nel Lucisano Media Group.
Sono sempre suggestivi i nomi delle major italiane, perché contengono spessissimo i nomi o i riferimenti dei loro fondatori. I capitani di ventura del nostro cinema: da Ponti-De Laurentiis alla Dino Cinematografica, dalla Rizzoli film alla Cineriz, dall’IIF al Lucisano Media Group. Guardi i titoli di testa e vedi subito Fulvio, il viso da antico romano abbronzato con i capelli bianchissimi, eternamente spettinati. Ti predisponi alla visione. Con la Universal, La Warner o la Sony non succede.
LMG: una major multimediale che include anche multisale e progetti televisivi, la cui sede storica in via Romagnosi – pensai la prima volta che vi misi piede – sarebbe stato fantastico poter intervistare: i muri, i tavoli, le porte. Classico caso in cui le pietre* dovrebbero* poter parlare visto che Fulvio ha dedicato al cinema oltre 75 anni dei 98 passati su questa Terra. Un luogo storico, mi dissi, appena lo incontrai seduto al suo tavolo: Il duca nel suo dominio, come avrebbe detto Truman Capote.
L’idea delle sue figlie Federica e Paola, cui si deve la prosecuzione e il mantenimento del grande successo dell’IIF, comprendeva una bella sfida. Quella cioè di scrivere un’autobiografia del loro illustre papà insieme a lui stesso, un lavoro difficile e delicato cui nella versione finale ho dato una veste forse troppo seria, istituzionale, visto che Fulvio è uno dei produttori più attivi nella nostra commedia. Un testo per il quale avevo però immaginato un titolo divertente come Nessuno mi può giudicare, tratto dal film corale prodotto da Fulvio e dalle sue figlie, quasi un evento generazionale che nel 2011 ha imposto al cinema un quintetto tuttora al top delle quotazioni al box-office ovvero Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Raul Bova e il regista e sceneggiatore Massimiliano Bruno. Puro stato di grazia.
Torno al ricordo personale del grande Fulvio, che di persona chiamavo Presidente. Fulvio non mi veniva naturale.
Era il primo giorno della lunghissima intervista che è la spina dorsale del testo conclusivo (che poi ho consegnato all’IIF).
Sulla sinistra della scrivania del Presidente adocchiai subito un mobile a più piani dove erano posti i premi ottenuti in un’autentica Vita per il cinema come la sua. Tra David e Nastri d’argento mi parve di scorgere anche un Oscar. Sapevo che Fulvio aveva due nomination ma l’Oscar mi mancava. Cominciammo a parlare poi lui dovette assentarsi per una chiamata ed io non resistetti. Balzai sul mobile e presi l’Oscar per leggerne la targhetta: Miglior film – Qualcuno volò sul nido del cuculo (il capolavoro diretto da Milos Forman l’anno prima con Jack Nicholson). Passi nel corridoio. Posai con deferenza la statuetta ma appena Fulvio rientrò gli chiesi espressamente di iniziare la nostra intervista con la spiegazione della presenza di quell’Oscar nel suo ufficio. La storia che segue è ancora più significativa dell’Oscar stesso quanto alla rappresentatività della vicenda e dei suoi protagonisti, di un certo modo di fare cinema con una visione d’insieme che autorizzava l’apparente, ironica nonchalance con cui i migliori (e Fulvio lo era) gestivano le proprie imprese.
È lui che parla.
«Doveva essere il 1990 e io andai a Hollywood per affari. Era l’anno in cui Giancarlo Parretti [NdR. L’imprenditore, ex-cameriere di ristorante, che nel 1990 riuscì a scalare il colosso hollywoodiano grazie ad un prestito gigantesco del Crédit Lyonnais. Un’impresa durata solo poco più di un anno] aveva incredibilmente acquistato prima la Cannon di Golan e Globus [NdR: produttori ed esercenti associati in una minimajor, la Cannon Films, attivissima soprattutto nei film di genere e che ebbe per anni una sede italiana] e poco dopo la Metro Goldwyn-Mayer addirittura! Da Roma lo guardavamo più scettici che ammirati, ma volli passare a trovarlo per vedere come se la passava nel suo ufficio, lo stesso che era stato del mitologico fondatore della Major Louis B. Mayer. Il motto della compagnia era Più stelle che in cielo, ed altrettanto leggendaria era la collezione degli Oscar in una vetrina dell’ufficio presidenziale che copriva quasi tre pareti su quattro! Parretti mi fece accomodare subito, ci conoscevamo da tempo e subito dopo i saluti arrivò al punto chiedendomi in prestito una forte somma. Non me l’aspettavo, ma fui possibilista. Stabilimmo tempi e modi della restituzione, le garanzie necessarie dopodiché mi alzai e mi diressi alla vetrina infinita che lampeggiava d’oro, la aprii e presi una statuetta a caso. “Una garanzia personale” gli dissi e lui non si oppose. Successivamente, la restituzione fu particolarmente laboriosa, i termini stabiliti non furono rispettati e così… l’Oscar è rimasto qui!».
La frase che ne L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (1962) un giornalista dice a James Stewart è valida anche nel caso di Fulvio Lucisano. «Signore, qui siamo nel West e tra la realtà e la leggenda, vince la leggenda!»
E come tu sai bene, vale lo stesso anche nel cinema caro Fulvio, soprattutto nel tuo caso, visto che realtà e leggenda coincidono. Con John Ford sareste andati d’accordo.
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Cr. Ernesto Ruscio/Getty Images




