Quante volte, parlando tra operatori del settore, ci ritroviamo a discutere delle abitudini degli italiani e del “nemico” invisibile del cinema: la molteplicità di offerte di intrattenimento alternative? Si tende a dare per scontato che queste alternative siano non solo più “comode”, ma anche più attraenti del grande schermo. Eppure, nulla di più falso. Come diceva Henry Ford, “se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbe risposto cavalli più veloci”: spesso il pubblico non sa cosa desidera davvero, finché non gli viene mostrato qualcosa che lo sorprende e coincide con il suo bisogno. Una recente indagine SWG per Acri racconta proprio questo paradosso: quasi la metà degli italiani (49%) si dichiara insoddisfatta della qualità del proprio tempo libero, percentuale che sale al 57% quando si parla di spazi e opportunità per i giovani. Nelle città di media dimensione, il dato arriva addirittura al 69%. Solo una minoranza si dice pienamente appagata; tra i giovani, appena uno su due trova davvero ciò che cerca.
Cosa ci dicono questi numeri? Da un lato, esiste una questione territoriale evidente: troppe aree del Paese sono ormai sprovviste di sale cinematografiche. Dall’altro, anche in presenza di una miriade di proposte digitali, le persone restano insoddisfatte. In un’epoca di iper-offerta, il tempo libero non basta mai e l’esperienza cinematografica – quando ben proposta – ha ancora un ampio margine di crescita. Il cinema, insomma, non ha perso il suo fascino: ha solo bisogno di farsi trovare. A questo punto la domanda non è più se il cinema possa tornare centrale, ma come. Come attrarre nuovo pubblico? Come conquistare, e trattenere, le nuove generazioni? Forse la risposta non sta nelle “grandi rivoluzioni”, ma in un approccio più semplice: iniziare a migliorare ciò che già c’è. Prima di inventare nuove formule, occorre interrogarsi su cosa oggi funziona davvero e su cosa, invece, va ripensato. Prendiamo ad esempio iniziative come Cinema Revolution, Cinema in Festa o Happy Cinema: progetti validi, ma spesso frenati da un’offerta disomogenea e da una comunicazione non all’altezza della loro portata nazionale. Molti spettatori non ne conoscono nemmeno l’esistenza, o la scoprono solo una volta arrivati in sala. Serve una pianificazione più capillare, con campagne aggiornate, siti informativi puntuali e comunicazione integrata rivolta non solo agli habitué, ma soprattutto a chi al cinema non va più. E poi c’è la scuola. Se la formazione culturale comincia tra i banchi (subito dopo la famiglia), allora è lì che bisogna investire. Portare il cinema nelle scuole, creare percorsi educativi e laboratori sin dalle elementari, rendere la visione un’esperienza condivisa e formativa. Migliorare ciò che già c’è non è un passo indietro, è piuttosto la condizione necessaria per andare avanti davvero.
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