Quando finiscono le vacche grasse, è inevitabile che ci si lamenti, anche perché il contesto cambia e obbliga a rimettere mano alle cose. Ma è più utile prendere atto che la stagione dell’abbondanza è alle spalle e che non tornerà, almeno non nella forma in cui l’abbiamo conosciuta. Il Fondo per il cinema e l’audiovisivo è stato ridimensionato per l’anno in corso e le prospettive indicano ulteriori strette nel 2027. Tradotto: meno ossigeno, più competizione, scelte inevitabilmente più nette. E c’è un dato strutturale – come approfondiamo a pagina 26 – che impone di chiedersi quanto sia sostenibile il ritmo produttivo degli ultimi anni. Tra il 2022 e il 2025 sono arrivate in sala circa 230 produzioni italiani all’anno. Quelli capaci di superare il milione d’incasso? Un’esigua minoranza: 17 nel 2022, 24 nel 2023, 29 nel 2024, 24 nel 2025. Circa 80 titoli all’anno oltre i centomila euro, e solo il 40% distribuito con più di 50 copie. Dall’incrocio di questi dati – come rimarca Giampaolo Letta (vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film) nell’intervista di copertina – emerge un’evidenza scomoda: il mercato delle sale non è in grado di assorbirli e valorizzarli tutti.
Quindi la domanda non è “come facciamo a produrre di più”, ma “che cosa vale davvero la pena produrre, e come?”. Una selezione più accurata non è censura: è strategia industriale. Significa spostare investimenti dallo “sparpagliamento” alla costruzione di progetti più solidi, con target chiaro e sviluppo più lungo (e con piani distributivi pensati sin dalla produzione). I segnali, timidi ma reali, ci sono: società che si aggregano per condividere rischio e struttura; partnership nuove; capitale estero più presente; esperimenti su generi e formati. Ma restano nodi che non possiamo più fingere di non vedere: budget fuori scala rispetto al potenziale di mercato, talent con compensi che restano elevati mentre gli incassi si assottigliano, incentivi che premiano maggiormente l’avvio più che la performance. Inoltre, non è più rinviabile un dialogo costruttivo con le piattaforme di streaming, affinché queste possano decidere di investire maggiormente sul prodotto italiano, non solo seriale ma anche cinematografico. La fine delle vacche grasse, allora, può essere anche l’inizio di un cinema più maturo: meno dispersione, più titoli capaci di intercettare davvero il pubblico, meglio distribuiti e con risorse adeguate per essere comunicati. Perché il pubblico – lo vediamo quotidianamente – non premia la quantità. Premia la qualità.
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