Donald Trump torna a far parlare di sé anche sul fronte dell’industria cinematografica, rilanciando un tema che aveva già acceso forti tensioni a Hollywood nei mesi scorsi. L’ex presidente, ora di nuovo al centro del dibattito politico e industriale statunitense, non ha affatto accantonato l’idea di intervenire in modo diretto sul sistema produttivo dei film, anzi. Le sue ultime dichiarazioni indicano con chiarezza che la proposta di imporre tariffe sui film realizzati fuori dagli Stati Uniti resta sul tavolo, affiancata da un’ipotesi di sostegno finanziario pensata per incentivare la produzione interna.
In un’intervista concessa al New York Post e al neonato California Post, Trump ha ribadito la sua posizione senza particolari sfumature, collegando il declino della produzione a Los Angeles alla scelta degli studios di girare sempre più spesso all’estero. «Metterò dei dazi sui film provenienti da fuori dal Paese — se sono realizzati in Canada, se sono realizzati in tutti questi posti, perché Los Angeles ha perso l’industria cinematografica», ha dichiarato. Parole che confermano una visione fortemente protezionistica, già emersa in passato, e che tornano a puntare il dito contro i set internazionali come una delle cause principali della crisi produttiva californiana.
Accanto ai dazi, Trump ha evocato anche una possibile misura di sostegno economico diretto all’industria. «E quindi metterò dei dazi e faremo delle obbligazioni, alcune obbligazioni, alcune obbligazioni a basso interesse, per l’industria cinematografica. La riporteremo indietro» ha detto. Un passaggio che introduce l’idea di bond a basso interesse pensati per favorire la produzione cinematografica negli Stati Uniti, anche se al momento mancano del tutto dettagli operativi su come questo programma potrebbe funzionare. Secondo quanto riportato dal Post, Trump non ha infatti specificato modalità, criteri di accesso né dimensioni dell’eventuale intervento.
Il tema delle tariffe sui film non è nuovo. Già a maggio Trump aveva parlato apertamente di dazi del 100% sulle produzioni realizzate all’estero, una dichiarazione che aveva immediatamente scosso l’intero settore. In seguito, la Casa Bianca aveva ridimensionato l’annuncio, spiegando che si trattava di un’ipotesi ancora in fase di studio. Nonostante ciò, l’allarme lanciato aveva spinto studios e rappresentanti dell’industria a muoversi rapidamente per orientare il confronto verso un rafforzamento degli incentivi federali, ritenuti una soluzione più efficace rispetto a misure punitive. Tra le voci più attive in questo senso c’è stata anche quella di Ari Emanuel, presidente esecutivo di WME Group, che aveva contattato Trump durante un’intervista con New York Magazine per sollecitare il sostegno a un credito d’imposta federale per il cinema.
Le nuove dichiarazioni indicano però che l’idea dei dazi resta centrale nella strategia di Trump, con l’obiettivo dichiarato di “riportare” l’industria cinematografica a Los Angeles. Una strategia che si scontra anche con un quadro giuridico tutt’altro che definito. L’autorità presidenziale di imporre tariffe è infatti oggetto di contestazione nei tribunali, e la Corte Suprema dovrebbe pronunciarsi a breve sulla legittimità di tali poteri. I film, inoltre, risultano esplicitamente esclusi dall’International Emergency Powers Act, la legge che consente al presidente di intervenire in caso di minacce alla sicurezza nazionale o all’economia. A questo si aggiungono le incertezze su come eventuali tariffe potrebbero essere applicate a servizi, più che a beni materiali.
Dal punto di vista industriale, le preoccupazioni restano alte. Negli ultimi anni, incentivi particolarmente generosi in Paesi come Regno Unito, Canada e Australia hanno attratto numerose produzioni di grande budget, diventando uno strumento fondamentale per contenere i costi. I grandi studios hollywoodiani hanno costruito su questi meccanismi una parte rilevante dei propri modelli economici, rendendo complesso un ritorno improvviso a una produzione esclusivamente domestica.
I numeri, inoltre, raccontano una realtà meno negativa di quanto suggerito dalla retorica politica. Secondo la Motion Picture Association, l’industria cinematografica statunitense registra un saldo commerciale positivo in tutti i principali mercati mondiali, con esportazioni pari a 3,1 volte le importazioni. Complessivamente, il settore genera 22,6 miliardi di dollari in esportazioni e un surplus commerciale di 15,3 miliardi di dollari, dati che rafforzano la posizione di chi vede nelle produzioni internazionali una risorsa più che una minaccia.
Fonte: Deadline
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