David Ellison, Presidente e Amministratore Delegato di Paramount-Skydance, ha scelto di rivolgersi direttamente al pubblico italiano con una lettera aperta pubblicata come spazio acquistato su Il Sole 24 Ore, indirizzata «alla comunità creativa italiana, agli appassionati di cinema e ai fan della televisione, all’industria nel suo complesso e a tutti coloro che hanno profondamente a cuore il futuro del cinema e delle arti». Un intervento che non è solo di immagine: arriva mentre la partita societaria su Warner Bros. Discovery resta apertissima e Paramount prova a spostare il confronto dal solo terreno finanziario a quello, più sensibile, delle promesse verso creativi, spettatori e soprattutto sale cinematografiche.
Nei giorni scorsi, Paramount ha prorogato al 20 febbraio la scadenza entro cui gli azionisti WBD possono aderire alla sua offerta ostile, mossa che punta a guadagnare tempo e consenso in vista di un confronto sempre più duro. Dall’altra parte, Warner Bros. Discovery e Netflix procedono senza rallentare: l’accordo tra i due gruppi è stato ristrutturato per diventare interamente in contanti a 27,75 dollari per azione, con un enterprise value complessivo indicato in 82,7 miliardi di dollari, e l’obiettivo di accelerare verso l’assemblea decisiva attesa in primavera. Nel frattempo, Paramount insiste sulla strada dello scontro frontale, puntando a una proxy fight e preparando la partita anche sul fronte legale per mettere in discussione l’intesa concorrente e rafforzare la propria posizione davanti agli azionisti.
È in questo quadro che Ellison costruisce la sua narrazione “industriale”, partendo da un principio generale: «Il cinema e la televisione trascendono età, etnia, politica e condizioni socio-economiche, unendoci attraverso esperienze condivise». Non è solo un’apertura neutrale: serve a legittimare l’idea che il progetto di acquisizione possa essere presentato come una scelta a tutela della pluralità del mercato e della creatività, non come una semplice manovra di consolidamento. Lo scrive in modo esplicito quando rivendica che «la comunità creativa e il pubblico siano serviti al meglio da una maggiore scelta – non da una minore – e da un mercato che incoraggi l’intero spettro della produzione cinematografica, la creazione di contenuti e la proiezione nelle sale».
Il cuore della lettera, però, è l’elenco di impegni che Ellison lega direttamente all’eventuale successo dell’operazione. La premessa è netta: «Voglio essere assolutamente chiaro: se riusciremo ad acquisire Warner Bros. Discovery, questi sono gli impegni che assumo nei confronti della comunità creativa e del pubblico». Il primo riguarda il volume di produzione: «Paramount Studios e Warner Bros. Studios produrranno ciascuno un minimo di 15 lungometraggi di alta qualità all’anno, per un totale di almeno 30 film annui a livello di gruppo – offrendo grande intrattenimento al pubblico e sostenendo al contempo una creazione di posti di lavoro duratura nell’industria cinematografica e creativa». Nello stesso passaggio, Ellison rivendica un precedente recente: «Abbiamo già aumentato la produzione di Paramount da 8 a 15 film dopo la conclusione dell’operazione Paramount-Skydance lo scorso agosto».
Un secondo punto riguarda il rapporto con il mercato delle licenze e con i soggetti esterni, tema che incrocia sia la distribuzione sia la filiera produttiva: «Entrambi gli studi continueranno a sostenere un ecosistema dinamico di operatori terzi concedendo in licenza i propri film e programmi sia sulle piattaforme proprietarie che su quelle di terzi, rimanendo al contempo acquirenti attivi di contenuti provenienti da studi terzi e produttori indipendenti». Sul fronte televisivo e di brand, Ellison inserisce poi una garanzia dedicata a HBO: «HBO continuerà a operare in modo indipendente sotto la nostra proprietà, così da poter creare ancora più contenuti di livello mondiale per i quali è rinomata».
Il passaggio più rilevante è quello sulle sale, perché prova a trasformare in promessa contrattuale un tema spesso decisivo nel dibattito contemporaneo tra cinema e streaming. Ellison scrive: «Ogni film uscirà con una distribuzione completa nelle sale, con una finestra globale minima di 45 giorni prima di essere reso disponibile in video on demand a pagamento (VOD), con l’obiettivo di arrivare a 60–90 giorni o più al fine di massimizzare il pubblico per i nostri titoli di maggior successo». E aggiunge: «Continueremo a rispettare gli impegni specifici di programmazione che abbiamo in tutte le aree geografiche in cui operiamo».
La lettera si chiude ribadendo la cornice competitiva che Paramount vuole attribuire alla sua offensiva: Ellison sostiene che l’unione tra i due gruppi rappresenterebbe «un’opportunità unica per costruire un vero punto di riferimento per la comunità creativa» e, soprattutto, che l’operazione mira «a rafforzare la concorrenza creando un contendente più solido ed efficace rispetto alle piattaforme dominanti». È un messaggio che parla chiaramente anche agli spettatori italiani: al di là dei numeri, delle proroghe e delle aule di tribunale, Paramount prova a vendere l’idea che la partita su Warner Bros. Discovery sia anche una partita sul futuro della sala, su quanto spazio resterà alla distribuzione tradizionale e su chi, nei prossimi anni, avrà il controllo dei marchi e dei contenuti che orientano l’intero mercato globale.
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Cr. Alberto E. Rodriguez/Getty Images for CinemaCon




