David di Donatello 2026, il boicottaggio divide il cinema italiano

Alla vigilia della cerimonia, il dissenso contro i tagli al settore si concentra sull’ipotesi di disertare i David. Dal no di Valeria Golino alla linea di protesta di Siamo ai titoli di coda, fino all’affondo di Sergio Castellitto, il confronto resta aperto
sergio castellitto e valeria golinoCr. Getty Images

L’edizione 2026 dei David di Donatello arriva in un clima di forte tensione per il cinema italiano, con il tema del boicottaggio della cerimonia che si è imposto come punto più visibile di uno scontro più ampio sullo stato del settore. Sullo sfondo ci sono i tagli al comparto, le contestazioni rivolte al Ministero della Cultura e il timore, condiviso da una parte crescente degli operatori, che la crisi produttiva e occupazionale possa aggravarsi ulteriormente. In questo quadro, l’appuntamento dei David del 6 maggio è diventato il luogo simbolico attorno a cui si sono raccolte posizioni diverse, e in alcuni casi opposte, sulla forma che la protesta dovrebbe assumere.

A fotografare il momento è stato innanzitutto il Corriere della Sera, che ha ricostruito la fase di mobilitazione apertasi attorno ai premi. Nel pezzo firmato da Stefania Ulivi si dà conto delle proteste annunciate da attori e registi contro i tagli decisi dal governo e della discussione, interna al settore, sull’eventualità di un boicottaggio. La linea emersa con maggiore chiarezza, almeno nell’assemblea più recente, è però quella di non disertare la manifestazione. Valeria Golino, presente al confronto romano, si è detta disponibile a farsi portavoce del disagio del comparto, escludendo però che il boicottaggio possa rappresentare la soluzione condivisa. L’idea, sostenuta da una parte delle associazioni, è piuttosto quella di utilizzare sia l’incontro istituzionale al Quirinale sia la cerimonia a Cinecittà come occasioni per far arrivare un messaggio pubblico.

Il passaggio centrale di questa discussione si è consumato al Teatro Argentina di Roma, dove si è svolta l’assemblea promossa da diverse sigle del settore, tra cui 100autori, Acmf, Aidac, Air3, Anac e Wgi. Proprio da lì è uscita la conferma di una linea orientata a una protesta visibile ma non alla rottura con i David. Secondo quanto riportato da Il Manifesto in un articolo firmato da Vincenzo Vita, il dibattito ha però restituito l’immagine di un’assemblea dai toni più prudenti del previsto, lontana da quella radicalizzazione che nei giorni precedenti aveva fatto pensare a una possibile convergenza sul boicottaggio. Anche in questa ricostruzione, la posizione di Golino viene sintetizzata in modo netto: «Nessun boicottaggio, ma ci faremo sentire».

Accanto a questa linea si è però consolidato un fronte apertamente favorevole alla diserzione della cerimonia, e il soggetto che più di altri ha spinto in questa direzione è l’associazione Siamo ai titoli di coda. Nel post diffuso sui social dopo l’assemblea del Teatro Argentina, il movimento ha definito quella giornata «la gestione del dissenso, non la lotta», contestando alle associazioni presenti di avere scelto una risposta troppo morbida. Nello stesso testo si legge che «non possiamo accettare comunicati ‘soft’ e passerelle istituzionali mentre il nostro CCNL è fermo al 1999 e il cinema indipendente viene svenduto», mentre «partecipare ai David di Donatello come se nulla fosse significa avallare questo sistema».

Questa impostazione è stata ulteriormente sviluppata da Dario Indelicato, portavoce di Siamo ai titoli di coda, in un’intervista concessa a MOW Mag. In quel colloquio, Indelicato rivendica la natura non assistenziale della protesta e insiste sulla crisi strutturale che colpisce lavoratori e lavoratrici del cinema, tra discontinuità occupazionale, riduzione dei tempi produttivi e indebolimento generale delle tutele. Soprattutto, rilancia la centralità del boicottaggio dei David come gesto politico: «Non bastano i comunicati. Possiamo fare qualcosa di dirompente». Nella stessa intervista, il portavoce sottolinea anche la delusione per un sostegno ritenuto insufficiente da parte degli autori e delle rappresentanze tradizionali del comparto.

A rendere ancora più teso il quadro è arrivato poi l’intervento di Sergio Castellitto. Sempre secondo il Corriere della Sera, parlando del possibile boicottaggio l’attore e regista ha allargato il bersaglio della critica ai vertici stessi dei premi, liquidando i David con una formula durissima: «Una congregazione da demolire». Un’affermazione che sposta ulteriormente il baricentro del confronto, perché non riguarda soltanto la strategia della protesta ma investe direttamente il ruolo e la legittimità dell’istituzione che da oltre settant’anni rappresenta il principale riconoscimento del cinema italiano.

Il punto, a questo stadio, è che il boicottaggio non è più una suggestione marginale ma il terreno su cui si misura la frattura interna al settore. Da una parte c’è chi ritiene più utile presidiare i David e trasformarli in una vetrina di dissenso; dall’altra chi considera ormai insufficiente ogni forma di protesta simbolica che non metta in discussione la partecipazione stessa alla cerimonia. In mezzo restano la crisi del comparto, la contestazione dei tagli e un clima di crescente sfiducia che ha finito per investire non solo il rapporto con il governo, ma anche quello tra le diverse componenti del mondo del cinema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
In caso di citazione si prega di citare e linkare boxofficebiz.it