«Quando ho iniziato, oltre 30 anni fa, c’erano ancora i fax». È uno dei piccoli aneddoti che racconta a Box Office Daniele Orazi, punto di riferimento nel mondo del cinema italiano con la sua talent agency. Oltre a rappresentare alcune delle più famose star italiane e internazionali, è tra i fondatori dell’associazione di categoria Agenti Spettacolo Associati (la cui presidente ora è Federica Rossellini) e insegna, inoltre, nel primo corso universitario per agenti organizzato da Unimarconi.
Come è mutato il lavoro del talent manager nel corso degli anni?
In 30 anni ho assistito a una vera rivoluzione. Ora è tutto più veloce e questo ci porta a rivedere tutti i processi della filiera. Io, invece, sono cambiato come uomo: prima ero un giovane agente che si affacciava al mercato, adesso sono un manager di mezza età che vede le cose in maniera più ampia.
Cosa l’ha spinta a fondare Agenti Spettacolo Associati e quali sono oggi le principali battaglie che l’associazione porta avanti?
Già vent’anni fa sostenevo che mancasse un albo degli agenti. Penso che questa associazione sia necessaria, perché solo in questo modo si riesce a dare rigore e deontologia professionale. Abbiamo avvertito l’esigenza di essere compatti e di portare avanti battaglie come la regolamentazione di questo lavoro: servono professionalità e formazione. È la base, perché è un lavoro ancora poco conosciuto. Forse ora, grazie alla serie Call My Agent, c’è più chiarezza. Prima ci confondevano con Lele Mora.
Ritiene si stia facendo abbastanza per ricostruire uno star system italiano?
Sono sicuro che non si stia facendo abbastanza. Noi italiani siamo molto attenti al nostro orticello e tendiamo a non avere una strategia lungimirante. Alcuni colleghi temono che se si intrattenessero rapporti di sistema e networking con colleghi internazionali, si potrebbe perdere la paternità del talent come agenzia madre. Un po’ è paura, un po’ pigrizia degli attori: molti sono eccellenti ma preferiscono non andare oltreconfine, o si accontentano di ciò che fanno. Rispetto ad altri Paesi, Stati Uniti in primis, in Italia si fatica ancora a coinvolgere in prima persona i talent in una promozione capillare sul territorio.
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Daniele Orazi e l’attrice Alba Rohrwacher sul red carpet del Festival di Venezia 2023 (© Getty Images)
Quali sono le ragioni di questo fenomeno e come si può invertire?
È meno capillare, è vero, ma ora ci sono obblighi contrattuali imposti dalle piattaforme. Certo non aiuta la fin troppa attenzione della stampa sul gossip: se si guardasse più al contenuto, ci sarebbe anche più disponibilità da parte degli artisti. Bisogna lavorare di più su questi aspetti, oltre a fare sistema per promuovere i nostri talenti.
Luca Marinelli, Anna Foglietta, Claudio Amendola, Miriam Leone, Monica Bellucci e Valeria Bruni Tedeschi sono solo alcuni dei tanti artisti italiani che gestisce. Cosa serve per costruire un rapporto di fiducia di lunga data?
Il rapporto di più lunga data è quello con Alba Rohrwacher. Ci sono rapporti che diventano quasi familiari. Nel bene e nel male, in tutte le famiglie ci sono incomprensioni e litigi, ma alla fine si sa che si lavora per lo stesso obiettivo. Quello che gli artisti mi riconoscono è che sono molto diretto e sincero. Se non mi piace una cosa la dico sfacciatamente e, alla lunga, questo premia.
Lei segue anche talent internazionali come Louis Garrel e Matt Dillon, Clemence Poesy e Paz Vega. Nota differenze nel loro approccio alla promozione di un film?
La vera differenza è tra attori europei e americani. Negli Stati Uniti si sanno vendere bene: anche se fanno poco, lo vendono come se avessero costruito una città. È una differenza culturale, sanno che la promozione fa parte di un dovere contrattuale. In Italia è difficile anche pianificare. Sappiamo quando si gira un film o una serie, ma non sappiamo quando esce. È un aspetto che andrebbe regolamentato meglio e le associazioni nascono anche per questo.
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