Federica Lucisano osserva il settore da una prospettiva privilegiata e trasversale: è amministratore delegato di Lucisano Media Group e di Italian International Film e presidente dell’Unione Produttori Anica. Produzione, esercizio e mercato cinematografico sono, da anni, il suo osservatorio quotidiano su un’industria attraversata da cambiamenti profondi. E mai come oggi il settore sta vivendo una fase particolarmente delicata. Per Federica Lucisano, il momento attuale può essere letto come una fase di transizione strutturale complessa. Una trasformazione che porta con sé criticità molto concrete: dal ridimensionamento del Fondo Cinema alla ridefinizione del tax credit, passando per i ritardi nei finanziamenti, l’incertezza delle tempistiche e l’appesantimento delle procedure burocratiche, elementi che inevitabilmente complicano la pianificazione produttiva. Temi che la manager ha ben presenti e rispetto ai quali invita l’intera filiera – produzione e distribuzione in primis – a un deciso cambio di passo, necessario per adattarsi a un mercato in evoluzione e a dinamiche industriali sempre più articolate. Per lei il principale equivoco che ancora oggi accompagna il dibattito sul cinema italiano «è pensare che il problema del cinema sia esclusivamente legato alla quantità di risorse disponibili. In realtà, il nodo centrale è soprattutto industriale. Credo che oggi la filiera debba lavorare in modo molto più integrato soprattutto su tre fronti: promozione del prodotto italiano, gestione delle finestre di sfruttamento e formazione del pubblico. Produzione, distribuzione ed esercizio non possono più ragionare come comparti separati, perché il successo di un film dipende dalla coerenza dell’intero percorso industriale e comunicativo».
Come fotografa, in questo momento, lo stato di salute del cinema italiano?
Il cinema italiano si trova in una fase di transizione strutturale complessa. Negli ultimi anni il sistema ha attraversato una fase di forte espansione produttiva, sostenuta anche da strumenti pubblici particolarmente rilevanti che hanno incentivato la nascita di numerosi progetti. Questo ha generato un aumento significativo dei titoli prodotti, ma non sempre un corrispondente rafforzamento della domanda, né una crescita proporzionale della capacità di assorbimento del mercato. Oggi convivono eccellenze creative e criticità industriali: da un lato film e autori competitivi a livello internazionale e grandi commedie che si impongono al botteghino nazionale, dall’altro una difficoltà crescente nel posizionare molti prodotti, soprattutto nel circuito sala. Il nodo centrale è il disallineamento tra volume produttivo e capacità del mercato di valorizzarlo. Non è una crisi di talento, ma di equilibrio del sistema. Serve una fase di consolidamento che riporti al centro la sostenibilità economica, il rapporto con il pubblico e una maggiore consapevolezza industriale lungo tutta la filiera.

Federica Lucisano insieme al regista e attore Giampaolo Morelli (© courtesy of Lucisano Media Group)
Quali saranno, secondo lei, le conseguenze nel breve, medio e lungo termine del ridimensionamento del Fondo Cinema 2026?
Nel breve periodo l’effetto sarà inevitabilmente un rallentamento del sistema: meno progetti che partono, maggiore difficoltà per le strutture meno capitalizzate e un irrigidimento nell’accesso alle risorse. Questo potrebbe incidere anche sull’occupazione e sulla continuità produttiva. Nel medio periodo potrebbe innescarsi un processo di selezione più marcato, che in linea teorica può essere positivo: meno dispersione, maggiore attenzione alla qualità e alla sostenibilità dei progetti. Tuttavia, esiste un rischio concreto di comprimere la pluralità dell’offerta, penalizzando in particolare il cinema indipendente, le opere prime e le realtà più innovative. Nel lungo periodo, tutto dipenderà dalla capacità del sistema di adattarsi. Se il ridimensionamento sarà accompagnato da maggiore efficienza, chiarezza delle regole e strumenti più mirati, potrà contribuire a costruire un’industria più solida. Se invece si tradurrà in una semplice contrazione delle risorse, rischia di indebolire l’intera filiera e ridurre la competitività internazionale del nostro cinema.
E quali effetti produrranno invece le nuove norme della Legge Cinema?
Le nuove norme nascono dall’esigenza di mettere ordine dopo una fase di crescita molto rapida e, sotto alcuni aspetti, poco controllata. L’obiettivo di maggiore trasparenza, controllo e razionalizzazione è certamente condivisibile. Il punto, però, è trovare il giusto equilibrio. Il rischio è che un eccesso di rigidità burocratica finisca per rallentare i processi decisionali e produttivi. Il cinema è un’industria culturale che, per sua natura, non è completamente standardizzabile: ha bisogno di regole chiare, ma anche di flessibilità, perché ogni progetto ha caratteristiche uniche. Se ben calibrate, queste norme possono migliorare la credibilità e la solidità del sistema. Se invece risultassero troppo restrittive, potrebbero scoraggiare investimenti e limitare l’iniziativa imprenditoriale. È fondamentale che restino uno strumento di accompagnamento, non un freno.

Come Lucisano Media Group e Italian International Film avete già iniziato a guardare all’estero come possibile alternativa per girare i vostri film?
Guardare all’estero oggi è un’alternativa. Non si tratta semplicemente di girare fuori dall’Italia per ragioni economiche, ma di concepire progetti che nascono già con una vocazione internazionale. Le coproduzioni, i tax credit stranieri e l’accesso ai mercati globali sono diventati elementi strutturali del lavoro produttivo. L’obiettivo è mantenere un’identità culturale italiana forte, ma con una capacità di dialogo più ampia e competitiva. Più che delocalizzare, si tratta di ampliare le possibilità: accedere a incentivi diversi, costruire partnership industriali e sviluppare contenuti che possano viaggiare. Questo richiede competenze specifiche, una visione editoriale più aperta e una maggiore integrazione con altri sistemi produttivi.
Si parla spesso di sostenibilità economica dei modelli produttivi: secondo lei, su quali aspetti bisogna tornare a essere più selettivi?
Dobbiamo tornare a essere più rigorosi in tre ambiti fondamentali: sviluppo, budget e posizionamento. Sul piano creativo, è indispensabile investire maggiormente nello sviluppo. Una sceneggiatura solida e ben costruita è il primo strumento di riduzione del rischio industriale. Sul piano economico, è essenziale dimensionare correttamente i budget rispetto al reale potenziale commerciale del progetto, evitando squilibri che possono compromettere la sostenibilità. Infine, sul piano strategico, ogni film deve avere un’identità chiara e un pubblico di riferimento definito. Negli ultimi anni questi passaggi sono stati talvolta compressi; oggi è necessario recuperarli con maggiore disciplina e consapevolezza. Il dato di fatto è che il mercato richiede progetti più grandi per affrontare la sfida della sala ma dall’altro si confronta con il tema della sostenibilità economica. In questa prospettiva diventa centrale anche una maggiore razionalizzazione delle uscite: il sistema non può permettersi un’eccessiva concentrazione di titoli nello stesso periodo, spesso in competizione tra loro per lo stesso pubblico. Serve una programmazione più coordinata lungo la filiera, perché tutto converge sempre e comunque sullo spettatore e sulla sua capacità di orientarsi, scegliere e riconoscere il valore dell’offerta cinematografica.

Federica Lucisano (© Riccardo Ghilardi/courtesy of Lucisano Media Group)
Qual è oggi la sfida più grande nella costruzione dell’architettura finanziaria di un progetto cinematografico? E quanto pesano, nel bilancio finale, tv free, pay tv e piattaforme streaming?
La sfida principale è costruire un equilibrio tra fonti di finanziamento sempre più frammentate e meno prevedibili. Il box office rimane il punto di partenza per valorizzare il prodotto ma oggi il film medio fatica a trovare spazio in sala e quindi un’adeguata valorizzazione, ma è virtuoso negli sfruttamenti successivi. Non esiste quindi un pilastro dominante su cui fare affidamento. Le televisioni free restano una base importante, ma con capacità di investimento più contenute rispetto al passato. Le pay Tv e le piattaforme streaming hanno avuto un ruolo fondamentale negli ultimi anni, ma stanno diventando più selettive. Questo significa che il produttore deve orchestrare una combinazione complessa di risorse: incentivi pubblici, prevendite, coproduzioni, investimenti privati. È un lavoro sempre più sofisticato, che richiede una forte capacità di gestione del rischio.
Da presidente dell’Unione produttori ANICA, quali sono le tre priorità che ritiene più urgenti per il comparto in questa fase?
Direi tre parole chiave: stabilità, sostenibilità, mercato. Stabilità normativa, perché senza regole chiare e durature è impossibile pianificare investimenti di medio-lungo periodo. Sostenibilità economica, per evitare distorsioni e fenomeni di sovrapproduzione che indeboliscono il sistema. Infine, il mercato: il rafforzamento del rapporto con il pubblico è il vero nodo strategico. Senza spettatori, qualsiasi modello industriale perde senso. In questo momento, come presidente dell’unione produttori ANICA, la maggiore attenzione è rivolta a concertare con il Ministero la ridefinizione del tax credit. La limitazione delle risorse, unita al divieto di “sforamento” da un anno all’altro, ha reso centrale il tema della bancabilità del tax credit e quindi della finanziabilità dei progetti. Questo è il tema prioritario su cui concentrarsi. A questo si aggiunge in modo altrettanto decisivo il tema della certezza del le tempistiche e dello snellimento delle procedure burocratiche. I ritardi, infatti, hanno un impatto diretto sulla struttura finanziaria delle produzioni: incidono sugli interessi passivi e sulla gestione della liquidità. Inoltre, la mancata disponibilità del tax credit nel cassetto fiscale nei tempi attesi si traduce in un ulteriore aggravio finanziario che riduce sensibilmente il margine industriale del prodotto.

Federica Lucisano con la sorella Paola Lucisano (© courtesy of Lucisano Media Group)
Qual è secondo lei il principale equivoco che ancora oggi accompagna il dibattito sul cinema italiano?
L’equivoco più grande è pensare che il problema del cinema sia esclusivamente legato alla quantità di risorse disponibili. In realtà, il nodo centrale è soprattutto industriale: capacità di sviluppo, posizionamento, distribuzione e relazione con il pubblico. Si tende a semplificare un sistema molto complesso, riducendolo a una questione di finanziamenti e sussidi pubblici, quando invece riguarda una strategia complessiva. A questa semplificazione si affianca una narrazione distorta del settore, che finisce per generare un danno rilevante in termini di immagine e percezione. Il cinema italiano viene spesso raccontato come un sistema assistito, poco competitivo o autoreferenziale, oscurando invece le sue competenze, la sua capacità produttiva e il valore culturale ed economico che esprime.
Qual è oggi il terreno su cui la filiera dovrebbe trovare maggiore compattezza?
Sulla visione complessiva. Produzione, distribuzione ed esercizio devono dialogare di più e condividere strategie. Senza un dialogo continuo tra questi segmenti, il sistema rischia di perdere efficienza e coerenza. Oggi spesso si lavora per compartimenti stagni. Questo riduce l’efficacia complessiva dell’intera filiera. Anche il tema della ottimizzazione delle uscite dovrebbe rientrare in questa logica di sistema: evitare sovrapposizioni e congestionamenti del calendario significa dare ai film maggiori possibilità di trovare il proprio pubblico e valorizzare meglio il lavoro di tutta la filiera.

Federica Lucisano con l’attore Max Tortora (© courtesy of Lucisano Media Group)
Su quali punti immagina una maggiore sinergia e condivisione di strategie?
Credo che oggi la filiera debba lavorare in modo molto più integrato soprattutto su tre fronti: promozione del prodotto italiano, gestione delle finestre di sfruttamento e formazione del pubblico. Produzione, distribuzione ed esercizio non possono più ragionare come comparti separati, perché il successo di un film dipende dalla coerenza dell’intero percorso industriale e comunicativo. Serve una pianificazione condivisa già dalle prime fasi di sviluppo, con maggiore attenzione al posizionamento editoriale e alla costruzione del pubblico. In quest’ottica anche la gestione delle date di uscita diventa una leva strategica fondamentale: razionalizzare il calendario significa evitare dispersioni, accompagnare meglio i film e costruire un rapporto più efficace e duraturo con gli spettatori. Allo stesso tempo è fondamentale fare sistema anche nella valorizzazione internazionale del cinema italiano, presentandosi sui mercati esteri con strategie più coordinate. Un altro tema centrale è la difesa della sostenibilità economica della filiera: oggi più che mai servono regole certe, tempi chiari e un dialogo costante tra tutti gli operatori per rendere il sistema più solido e competitivo.
Cosa significa oggi innovare in ambito produttivo?
Innovare significa prima di tutto cambiare approccio. Non è solo una questione tecnologica, ma culturale. Vuol dire utilizzare meglio i dati per comprendere il pubblico, ripensare i modelli di sviluppo, investire nella ricerca e nella scoperta di nuovi talenti, innovare con nuove proposte e nuovi sguardi, sperimentare nuovi linguaggi narrativi, investire nelle coproduzioni internazionali. È un’evoluzione della mentalità industriale, oltre che degli strumenti. Ma soprattutto bisogna intercettare i gusti delle nuove generazioni.
Intercettare i gusti delle nuove generazioni è certamente la grande sfida. Cosa serve, a suo parere, per muoversi concretamente in questa direzione?
Prima di tutto serve ascolto. Le nuove generazioni hanno modalità di fruizione, linguaggi e riferimenti culturali molto diversi rispetto al passato e non possiamo pensare di coinvolgerle utilizzando gli stessi strumenti narrativi e promozionali di vent’anni fa. Bisogna investire maggiormente nello sviluppo creativo, avere il coraggio di sperimentare generi, formati e tonalità nuove, ma anche aprirsi a talenti che arrivano da percorsi differenti, compresi i creator digitali e le nuove forme di storytelling. Parallelamente è necessario rafforzare l’educazione all’immagine e il rapporto tra cinema e scuola, perché il pubblico si costruisce nel tempo. Le piattaforme e i social hanno cambiato profondamente il modo in cui i giovani scoprono e consumano contenuti: il cinema deve imparare a dialogare con questi ecosistemi senza perdere la propria identità e qualità. La sfida non è inseguire le tendenze, ma riuscire a produrre contenuti contemporanei, autentici e capaci di creare un legame emotivo reale con il pubblico più giovane.

Federica LUcisano (© courtesy of Lucisano Media Group)
Quanto incide la burocrazia sul lavoro del produttore e su quali fronti si dovrebbe intervenire con maggiore urgenza?
La burocrazia incide ancora molto, soprattutto in termini di tempi e complessità dei processi. Serve una maggiore semplificazione, digitalizzazione e uniformità delle procedure. Il rischio è che il produttore debba dedicare troppe energie alla gestione amministrativa sottraendole alla costruzione di valore creativo e industriale.
Qual è il rischio più grande oggi: produrre poco, produrre male oppure non riuscire più a intercettare il pubblico giusto?
Il rischio principale è perdere il pubblico. Possiamo discutere di quantità o qualità, ma senza spettatori il sistema non regge. La vera sfida è ricostruire un rapporto forte, continuativo e rilevante con chi guarda i film. Il cinema esiste solo se qualcuno lo sceglie. Per questo anche le dinamiche industriali – dalla quantità dei titoli prodotti fino alla distribuzione delle uscite durante l’anno – devono essere ripensate mettendo al centro lo spettatore e la sua esperienza di fruizione.
I rapporti tra associazioni di categoria nel cinema non sono sempre lineari, eppure mai come oggi è essenziale costruire una visione comune. Come sta evolvendo il dialogo tra le diverse associazioni e quali sono i principali temi su cui state cercando convergenza?
È naturale che in una filiera articolata esistano sensibilità e interessi differenti, ma credo che negli ultimi mesi sia maturata una maggiore consapevolezza: questa fase richiede responsabilità e capacità di fare sistema. Il dialogo tra associazioni oggi è più concreto e orientato alla ricerca di obiettivi comuni, perché tutti abbiamo chiaro che la tenuta dell’industria dipende dalla solidità dell’intera filiera, non dei singoli comparti. I temi sui quali stiamo cercando maggiore convergenza riguardano soprattutto la stabilità normativa, la ridefinizione del tax credit, la certezza delle tempistiche amministrative e la sostenibilità economica del modello produttivo. Ma c’è anche un tema più ampio che riguarda il rapporto con il pubblico e la necessità di rafforzare la competitività del cinema italiano in un mercato globale sempre più complesso. Oggi serve meno frammentazione e più capacità di rappresentare il settore con una voce credibile, equilibrata e industrialmente consapevole.
Quali sono i progetti in sviluppo e in cantiere di IIF?
In questo momento posso annunciare solo tre dei numerosi progetti che abbiamo in cantiere. Sul fronte della produzione, siamo felici di comunicare la realizzazione, con Rai Cinema e in associazione con Mompracem, del nuovo film dei Manetti bros., scritto da Silvio Muccino e dal titolo provvisorio La ballata della Coppa Davis, che ripercorre la straordinaria avventura di Adriano Panatta e della squadra italiana, capitanata da Nicola Pietrangeli, di Coppa Davis del 1976. Inoltre, a breve inizieranno le riprese di Bentornati al Sud per la regia di Luca Miniero con protagonisti Alessandro Siani e Claudio Bisio, realizzato in associazione con Bartleby Film e Medusa Film. Per quanto riguarda invece la distribuzione, abbiamo acquisito i diritti per l’Italia, insieme a Rai Cinema e I Wonder Pictures, del nuovo film di Olivier Nakache ed Éric Toledano, Just an Illusion, già campione d’incassi in Francia.
C’è un sassolino che vorrebbe togliersi dalla scarpa?
Il dibattito sul cinema è spesso superficiale e poco informato. Si tende a creare narrazioni semplicistiche che non aiutano a comprendere la complessità del settore e rischiano di alimentare percezioni distorte. Questo racconto parziale alimenta sfiducia, allontana il pubblico e indebolisce il legame tra industria e spettatori. Il risultato è un circolo vizioso: meno fiducia significa meno attenzione, meno attenzione significa minore partecipazione e quindi minore forza del sistema nel suo complesso. Per questo è fondamentale affiancare alle politiche industriali una riflessione sulla comunicazione e sulla percezione pubblica del settore. Il cinema non è solo un ambito culturale, ma un’industria che genera occupazione, indotto e valore; raccontarlo in modo più equilibrato e consapevole è parte integrante della sua crescita.
Se potesse cambiare qualcosa nell’industria cinematografica con uno schiocco di dita, cosa sarebbe?
Vorrei che tornassimo ad avere 800 milioni di spettatori come negli anni ’50.
In caso di citazione si prega di citare e linkare boxofficebiz.it

Federica Lucisano, amministratore delegato di Lucisano Media Group e di Italian International
Film e presidente dell’Unione Produttori
Anica (© Riccardo Ghilardi/courtesy of LMG)




