Cover Story: Fandango, una factory creativa in espansione

Dalla produzione alla distribuzione, passando per editoria, podcast e iniziative culturali. Il fondatore e presidente Domenico Procacci racconta l’evoluzione di Fandango, protagonista alla Mostra di Venezia con i nuovi film di Nanni Moretti e Marco Bechis in concorso, i traguardi raggiunti e quelli ancora da conquistare, e i prossimi progetti in arrivo
Domenico Procacci, fondatore e presidente di Fandango (© Riccardo Ghilardi/courtesy of Fandango)

Nel panorama audiovisivo italiano, Fandango rappresenta un caso unico. Nata oltre 37 anni fa come casa di produzione cinematografica, nel corso degli anni ha saputo trasformarsi in una factory creativa capace di spaziare dalla produzione alla distribuzione, dall’editoria ai podcast, fino alle iniziative culturali sul territorio (mancherebbe soltanto il tassello dell’esercizio cinematografico per completare il quadro, anche se in futuro potrebbe avverarsi). Una crescita guidata dalla curiosità e dalla visione del fondatore e presidente Domenico Procacci, che sintetizza così l’unicità del gruppo: «Fandango è sempre rimasta fedele alla sua identità: raccontare storie e farlo attraverso linguaggi e mezzi espressivi diversi. Creare queste connessioni tra linguaggi differenti è il cuore del nostro progetto: una storia può nascere come libro o podcast, trasformarsi in una serie Tv, in un film o persino in un evento dal vivo». Da questa filosofia sono nati un gruppo editoriale che riunisce numerosi marchi, il progetto Fandango Factory destinato a svilupparsi durante tutto l’anno nella città di Lecce come incubatore di idee e competenze, e Fandango Podcast, sempre più centrale nella strategia del gruppo. Ma nonostante l’espansione verso nuovi linguaggi, il cinema resta il cuore pulsante dell’attività di Fandango. La società si presenta alla prossima Mostra del Cinema di Venezia con due film in concorso – Succederà questa notte di Nanni Moretti e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis – mentre nei prossimi mesi arriveranno anche le nuove produzioni firmate da Daniele Luchetti e Margherita Spampinato. Parallelamente, Fandango Distribuzione continua il proprio percorso di crescita, registrando un significativo incremento delle presenze in sala e consolidando il proprio ruolo tra gli operatori indipendenti.

Succederà questa notte di Nanni Moretti (© courtesy of Fandango)

Fandango è una realtà sempre più articolata che include film, serie Tv, podcast, editoria e iniziative culturali. A che punto è il percorso di crescita del gruppo e su quali direttrici state investendo maggiormente?
Nonostante Fandango abbia superato da qualche mese i 37 anni di attività, penso ci sia ancora ampio margine di crescita sviluppando nuovi ambiti e consolidando quelli già esistenti. Uno dei settori su cui stiamo investendo di più è sicuramente la distribuzione. In alcuni momenti ci siamo limitati a distribuire i nostri film, o una rosa ridotta di titoli, mentre da qualche anno abbiamo intrapreso un percorso di crescita più strutturato. Recentemente abbiamo iniziato a gettare anima e corpo anche nel mondo dei podcast, con ottimi risultati. Nel frattempo, il gruppo editoriale – che oggi comprende Fandango Libri, Becco Giallo, Coconino Press, Playground e le riviste Il Tennis Italiano e La Revue – si è progressivamente ampliato e credo possa ancora crescere.

Nell’ultimo anno Fandango Distribuzione ha registrato un incremento molto significativo delle presenze in sala. Quanto c’è di congiunturale e quanto, invece, è il risultato di una strategia a lungo termine?
Premesso che c’è ancora molta strada da fare e che, oltre un certo punto, è difficile competere con le grandi distribuzioni, stiamo guadagnando spazio tra gli operatori indipendenti. Fa parte di un progetto di crescita della distribuzione che portiamo avanti da alcuni anni e che spero possa diventare ancora più evidente in futuro. Abbiamo sempre distribuito alcuni nostri film, in particolare quelli più delicati e che richiedevano maggiore attenzione, oltre a opere di altre produzioni italiane e titoli acquisiti. Il nostro obiettivo è rafforzare questo percorso, aumentando le acquisizioni e distribuendo direttamente un numero crescente di nostri film con un maggiore potenziale commerciale. In parte sta già accadendo: quest’anno, ad esempio, distribuiremo direttamente, sia per l’Italia sia per l’estero, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, nostro film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Domenico Procacci (© courtesy of Fandango)

Quali saranno i principali titoli che distribuirete nei prossimi mesi sul grande schermo?
A fine agosto porteremo in sala Il cileno, presentato al Locarno Film Festival, mentre a metà settembre usciremo sul grande schermo con Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Entrambi i film raccontano vicende realmente accadute negli anni Settanta e affrontano il tema delle feroci dittature militari in Cile e Argentina. Sempre a Venezia presenteremo Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, selezionato alle Giornate degli Autori, documentario su una figura determinante per la nascita della Casa delle Donne e per il percorso di conquista di molti diritti delle donne. Distribuiremo poi La Gradiva di Marine Atlan, presentato a Cannes e vincitore del Grand Prix Ami Paris alla Semaine de la Critique, coprodotto dalla Bibi Film di Angelo Barbagallo, con cui negli ultimi anni abbiamo costruito un rapporto di collaborazione molto solido. Uno dei titoli su cui puntiamo maggiormente è I Swear – È più forte di me, una storia emozionante sulla sindrome di Tourette, il cui protagonista Robert Aramayo è stato premiato con il BAFTA come miglior attore. Stiamo studiando la data di uscita, ma sarebbe bellissimo avere il film in sala nelle grandi città durante le feste di Natale. Tra i documentari crediamo molto nelle possibilità, anche commerciali, di Mustang di Kasia Smutniak, che racconta un progetto nato oltre vent’anni fa da un viaggio compiuto da Kasia insieme a Pietro Taricone. Attraverso l’associazione a lui dedicata, Kasia ha realizzato la costruzione di una scuola nel Mustang, una remota regione del Nepal, per preservare la lingua e la cultura locali, permettendo ai bambini di studiare senza essere costretti a lasciare il proprio territorio. È un film molto personale ed emozionante. Infine, distribuiremo Caro Mondo Crudele di Niccolò Falsetti, impreziosito dalle animazioni di Zerocalcare e dalle musiche di Giancane.

Come definirebbe oggi le linee editoriali di Fandango Distribuzione e di Fandango Produzione?
Fin dall’inizio, quando ci occupavamo esclusivamente di produzione, abbiamo cercato di costruire una linea editoriale ben riconoscibile. La sfida è diventata più complessa quando abbiamo iniziato a distribuire, perché i film acquisiti dovevano essere coerenti con la nostra identità produttiva. Successivamente, con l’ingresso nell’editoria, il lavoro è diventato ancora più articolato. Detto questo, esiste un filo conduttore che attraversa tutto ciò che facciamo: l’attenzione verso storie che hanno un legame con il reale e con il sociale, che raccontano diritti da difendere e voci inascoltate, oppure pagine della nostra storia che meritano di essere approfondite. Allo stesso tempo continuiamo a seguire il percorso di autori con cui abbiamo già collaborato, alcuni dei quali sono cresciuti proprio all’interno di Fandango e lavoriamo con nuovi autori con cui ci sentiamo in sintonia.

Mustang di Kasia Smutniak (© courtesy of Fandango)

Tra le vostre prossime produzioni troviamo anche i nuovi film di Nanni Moretti, Marco Bechis, Daniele Luchetti, Margherita Spampinato. Cosa può dirci di questi progetti?
Fandango ha molti anni di storia alle spalle, ma non ci era mai capitato di produrre due film in concorso nello stesso anno alla Mostra del Cinema di Venezia: Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis e Succederà questa notte di Nanni Moretti, rispettivamente al cinema dal 17 settembre e dal 3 dicembre. Quello con Moretti è il quinto film che realizziamo insieme, mentre con Bechis è la prima collaborazione. Con Daniele Luchetti ci conosciamo da molti anni, ma anche in questo caso si tratta della nostra prima collaborazione. Il film è Dove non mi hai portata, tratto dall’omonimo libro di Maria Grazia Calandrone, finalista al Premio Strega qualche anno fa, interpretato da Margherita Buy, Tecla Insolia e Alessandro Preziosi. E dopo aver avuto la fortuna di distribuire Gioia mia, produrremo il prossimo film di Margherita Spampinato, che in questo momento è ancora in fase di scrittura e che contiamo di avviare il prossimo anno.

Accanto ai registi affermati continuate a sostenere opere prime e seconde. Quanto resta centrale, nella vostra strategia editoriale, l’investimento sulle nuove generazioni di autori?
Produrre nuovi autori è una necessità, non una scelta dettata da buoni sentimenti. Un’industria cinematografica non può vivere solo di registi già affermati, ha bisogno di nuove voci. Alcune di queste voci per fortuna emergono, ma meno di quanto servirebbe alla nostra industria. Per questo credo che debba essere soprattutto l’impresa privata a dimostrare quella lungimiranza che oggi la politica sembra non avere. Noi continuiamo a investire nelle opere prime e seconde perché siamo convinti che una società con una lunga esperienza, una struttura consolidata e la capacità di costruire intorno a un esordiente un cast, una troupe e un percorso distributivo di qualità, possa fare davvero la differenza. Mi piacerebbe che tutte le principali case di produzione si assumessero l’impegno di realizzare almeno un’opera prima all’anno, invece succede ancora troppo poco. Purtroppo, stiamo attraversando una fase in cui alle opere prime vengono destinate sempre meno risorse, sia pubbliche che private, e questo rende anche per noi sempre più difficile riuscire a realizzarle.

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis (© Maria Vernetti/courtesy of Fandango)

Come è cambiato, negli ultimi anni, il modo di selezionare e sviluppare un progetto? Quali elementi pesano maggiormente nella decisione di investire su un film?
Il nostro lavoro di selezione dei progetti è condiviso con un team di grande esperienza guidato dalla mia socia Laura Paolucci, che da tempo firma anche come produttrice i nostri film (Paolucci è anche sceneggiatrice e ha scritto opere come la serie L’amica geniale, Diaz e Il Colibrì). Alla base c’è sempre la ricerca di storie che emozionino, che abbiano davvero qualcosa da raccontare e che affrontino temi importanti. Da questo punto di vista non è cambiato molto, quello che, invece, è cambiato è il ruolo del produttore. Nella maggior parte dei casi, per realizzare un film hai bisogno del sostegno di un broadcaster, di un distributore legato a un broadcaster o di una piattaforma. È sempre molto difficile produrre un film in autonomia. Ma mentre prima facevamo delle scelte, artistiche, editoriali, produttive, e su quelle ci confrontavamo con i nostri interlocutori, oggi cerchiamo di indovinare cosa possa piacere a loro. E se parliamo di serie, la situazione è anche peggiore. Stiamo delegando una parte fondamentale del nostro ruolo.

A giugno avete inaugurato a Lecce il nuovo festival culturale Fandango Live che si inserisce in un progetto a lungo termine sul territorio. Che bilancio fate di questa prima edizione e quali prospettive immaginate per il progetto?
Fandango Factory è il nome che abbiamo scelto per un progetto che si sviluppa nell’arco dell’intero anno e ha sede a Lecce. Il primo appuntamento, agli inizi dello scorso giugno, è stato proprio Fandango Live, un esperimento forse ambizioso che però è andato davvero bene, ma rappresenta soltanto una parte di un’iniziativa molto più ampia. L’obiettivo è creare un incubatore dedicato a start-up e realtà che vogliono operare nel mondo dell’intrattenimento e della cultura. Organizzeremo corsi per raccontare come nasce una casa editrice, come si lavora nel fumetto, come si producono podcast o si scrive una sceneggiatura, portando a Lecce le competenze e le attività che fanno parte del nostro lavoro quotidiano. I quattro giorni di Fandango Live sono strettamente legati a questo percorso annuale, pur mantenendo una propria autonomia. Abbiamo trovato un pubblico estremamente attento e numeroso, che ha risposto con grande entusiasmo. Per la prima edizione abbiamo invitato ospiti prestigiosi come Nanni Moretti, Alessandro Baricco, Sergio Rubini, Riccardo Luna, Francesca Mannocchi, Valeria Solarino, Erica Mou, Daniele Vicari, Francesco Piccolo, Kasia Smutniak, Adriano Panatta, Giovanni Veronesi, Luca Barbarossa, Anna Castiglia, Claudio Morici, Stefano Senardi, Benedetta Argentieri e molti altri.

I Swear – E’ più forte di me (© courtesy of Fandango)

Il settore sta attraversando una fase di grande trasformazione, tra l’incertezza legata agli strumenti di sostegno pubblico e la difficoltà di pianificare investimenti nel medio periodo. Come legge questo momento del mercato?
È un momento particolarmente difficile. Molte società hanno ridotto la propria attività e anche noi oggi produciamo meno di quanto vorremmo. La questione del tax credit è certamente centrale, alcune norme andavano corrette e messe a punto. Sono nate molte società e sono state avviate numerose produzioni di progetti che non hanno mai visto la luce, con operazioni che in alcuni casi erano ai confini della legalità. Detto questo, ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono regole e tempi chiari. L’attuale situazione di incertezza rende molto difficile pianificare gli investimenti e, sempre più spesso, le produzioni partono quasi come un atto di fede. Sulla vicenda legata al film su Giulio Regeni ho apprezzato la volontà, da parte dell’attuale ministro, di affrontare il problema e di ammettere alcuni errori. Credo che ci sia una reale intenzione di risolvere le criticità del sistema, ma i tempi restano imprevedibili e troppo lunghi.

Il settore è sempre più caratterizzato da partnership, aggregazioni e sinergie tra operatori. È una direzione inevitabile? Fandango sta valutando nuove forme di collaborazione?
Credo che, in larga parte, questo processo sia già avvenuto. Oggi sono rimaste pochissime società di una certa dimensione che siano realmente indipendenti e non facciano parte di gruppi più grandi. Le partnership tra produttori, invece, sono sempre esistite e rappresentano una pratica consolidata del nostro settore. Anche una parte significativa dei nostri progetti nasce da collaborazioni con altre realtà produttive. Penso che un sistema di alleanze sia un elemento positivo e sano per l’industria, perché consente di condividere competenze, risorse e rischi, rendendo più solidi i progetti.

Caro mondo crudele di Niccolò Falsetti (© courtesy of Fandango)

Avete mai preso in considerazione l’idea di entrare anche nel settore dell’esercizio cinematografico?
Seppure in scala ridotta, lo abbiamo già fatto in passato per qualche anno con il Cinema Politecnico Fandango, una sala da 99 posti nel quartiere Flaminio di Roma. Ad oggi non è un’ipotesi che escludo a priori e stiamo facendo alcune riflessioni. Tutto ciò che abbiamo costruito in questi anni ha rafforzato il nostro valore, rendendo Fandango un marchio riconoscibile, e penso che questo possa essere una buona base anche per un eventuale progetto nell’esercizio cinematografico.

Dopo tanti anni di carriera, c’è ancora un progetto o una sfida che sente di voler realizzare e che finora non ha avuto l’occasione di affrontare?
Ci sono progetti cinematografici ai quali lavoro da anni e per cui non sono ancora riuscito a trovare la strada giusta per realizzarli. Ma continuerò a provarci.

La gradica di Marine Atlan (© courtesy of Fandango)

Un asset importante del gruppo è Fandango Podcast, che produce e distribuisce podcast originali, spaziando tra temi come attualità, cultura, sport e molto altro. Qual è la strategia dietro questa attività e quali obiettivi vi siete posti?
Un podcast può essere un prodotto compiuto, ma anche un punto di partenza per sviluppare una storia attraverso altri linguaggi. È uno strumento molto agile che permette di raccontare storie con tempi decisamente più brevi rispetto alla scrittura di un libro o alla produzione di un film. Inoltre, ci ha consentito di affrontare temi e raccontare storie più laterali rispetto a quelle che sviluppiamo abitualmente. Penso, ad esempio, ai podcast sportivi La Telefonata con Adriano Panatta e Paolo Bertolucci e Dentro il match con Giorgio Di Palermo che racconta le più grandi partite di sempre, entrambi legati alla rivista Il Tennis Italiano.

Se potesse cambiare qualcosa del mercato cinematografico con uno schiocco di dita, cosa farebbe?
Interverrei sull’esercizio cinematografico introducendo una norma simile a quella esistente in Francia che limita il numero di schermi che un singolo film può occupare all’interno dello stesso multiplex. Se un blockbuster non potesse essere programmato in più di due o tre schermi nelle maggiori strutture, si garantirebbe una maggiore varietà dell’offerta e ci sarebbe più spazio anche per il cinema d’autore. Quando arriva un grande titolo, invece, capita che, in un multiplex da dodici sale, anche dieci schermi vengano dedicati allo stesso film. Questo finisce inevitabilmente per ridurre la pluralità dell’offerta e le possibilità di programmazione per molte altre opere

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