Cover Story: Carmine Imparato e i custodi del cambiamento del cinema d’essai

Il vicepresidente Fice, responsabile della programmazione del circuito Acec Marche e referente nazionale dei programmisti Acec difende la cultura del cinema d’essai, promuovendo una visione inclusiva e collaborativa dell’esercizio. Tra i suoi obiettivi: rafforzare il legame tra sale e territorio, puntando su fidelizzazione, programmazione mirata e dialogo

Non si risparmia, Carmine Imparato, nel suo impegno quotidiano di esercente, mettendo talento e passione al servizio del bene comune. Sempre alla ricerca di strade innovative, modelli di collaborazione virtuosi e occasioni di crescita condivisa, si dedica alla formazione di quella rete di “custodi” – come ama definire gli esercenti – che ogni giorno difendono e promuovono i presìdi culturali della settima arte. Oltre a dirigere la programmazione
del Cinema Gabbiano di Senigallia, del Masetti di Fano e del Circuito Acec Marche, Imparato ricopre anche ruoli chiave a livello associativo come vicepresidente Fice (Federazione Italiana Cinema d’Essai) e referente dei programmisti Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema), incarnando una vocazione all’apertura e al confronto. A colpire è soprattutto la sua visione – rara nell’ambito dell’esercizio – fondata sulla condivisione di dati e idee, sulla valorizzazione della creatività e, soprattutto, sulla fiducia reciproca. «Se tutti riuscissimo ad adottare questo approccio costruttivo – sottolinea – potremmo davvero contribuire alla crescita e al miglioramento dell’intero sistema». Una visione che potrebbe apparire utopica, ma che diventa concreta grazie a un tratto distintivo: Carmine Imparato è prima di tutto un uomo d’azione e le sue numerose iniziative – dentro e fuori le sale che gestisce – insieme alle proposte coraggiose avanzate per l’intero comparto, bastano a fugare ogni dubbio.

Lei ha spesso sottolineato l’importanza di cooperazione, formazione e sinergia tra esercenti. In un panorama ancora molto frammentato, quali sono i passi concreti per costruire una rete realmente coesa ed efficace?
«Credo che tutto debba partire da un concetto semplice ma fondamentale: l’amicizia. È fondamentale che gli esercenti abbiano la volontà di condividere le proprie idee, metterle sul tavolo senza timore, valorizzando le esperienze positive, le iniziative che funzionano. Personalmente lo faccio da anni e non mi interessa se qualcuno prende spunto da una mia proposta per adattarla al proprio contesto».

Come cambia il suo approccio operativo e strategico all’interno di Fice e Acec in base alle peculiarità di queste due realtà così diverse, seppur complementari?
«Fice nasce dalla volontà congiunta di Anec e Acec, e al suo interno ci sono molte sale della comunità. Nonostante alcune differenze sostanziali tra le due associazioni, però, non vedo difformità operative tra Fice e Acec e il mio approccio è sempre lo stesso. Non faccio distinzioni tra volontari, collaboratori delle sale della comunità o esercenti tradizionali. Cerco sempre di salvaguardare e valorizzare la creatività e il pensiero originale di tutti. In questo modo le criticità finiscono poi per risolversi quasi naturalmente».

Lei afferma che i collaboratori e i volontari delle sale della comunità, così come gli esercenti delle sale d’essai iscritte a Fice, sono dei “custodi”. Cosa intende?
«Credo profondamente che siamo custodi della storia, della memoria e del valore culturale dei luoghi che gestiamo. Chi oggi porta avanti un cinema – che sia una sala della comunità o una sala d’essai – ha il compito di seguire la linea tracciata nel tempo, mantenendola dritta per chi verrà dopo. Quando in una sala cambia il parroco, un volontario, o subentra un passaggio generazionale, si riparte ogni volta da capo. Ma è la storia stessa di quelle sale a riportarci sulla strada giusta. Le nostre strutture, soprattutto quelle di prossimità e in periferia, sono dei veri vivai culturali. Se riesco a coltivare un pubblico nei luoghi più isolati, formo spettatori consapevoli, abituati ad andare al cinema, che poi frequenteranno anche i multiplex. Lo stesso vale per i giovani: spesso il primo contatto con il cinema avviene nelle sale dell’oratorio o in quelle del proprio paese. È per questo che la politica dovrebbe sostenere attivamente chi porta avanti questo lavoro: tutto questo può diventare un trampolino di lancio per l’intero sistema culturale del Paese».

Nel rafforzamento dell’esercizio e delle collaborazioni, quanto è fondamentale la capacità di intercettare fondi europei per la crescita culturale delle sale?
«È decisiva. Internamente abbiamo formato una persona dedicata esclusivamente al monitoraggio dei bandi. Sarebbe auspicabile che anche Acec e Anec potessero rafforzare ulteriormente questo fronte, in Europa esistono moltissime opportunità di finanziamento che spesso restano inutilizzate. Il problema, però, è duplice: da un lato c’è una mancanza di formazione specifica tra i singoli esercenti, dall’altro mancano spesso le risorse – in termini di tempo e personale – per seguire con costanza la progettazione e la partecipazione ai bandi. Proprio per questo motivo sarebbe importante creare una rete più forte tra esercenti, attivare una sinergia concreta che consenta di superare barriere e difficoltà».

I tavoli di lavoro “virtuali” tra le sale di comunità rappresentano un esempio di confronto orizzontale su temi contrattuali, uscite, numeri, casistiche e nozioni tecniche da mettere in pratica. Come procede questo punto di lavoro e quali buone pratiche stanno emergendo?
«Come gruppo di lavoro ci incontriamo virtualmente con cadenza settimanale. Un appuntamento fisso dove valutiamo insieme le uscite in sala – senza imporre programmazioni comuni – e affrontiamo temi legati alle condizioni contrattuali, alle potenzialità dei film nei diversi contesti e alle eventuali criticità che qualche sala può trovarsi ad affrontare, cercando di offrire un supporto concreto. Chi ha più esperienza si mette a disposizione di chi ne ha meno, con l’obiettivo di innalzare il livello complessivo delle competenze».

Lei è anche referente nazionale dei programmisti Acec. Come funziona e quali bene ci concreti ha portato alla programmazione delle sale coinvolte?
«In qualità di referente (ruolo in cui crede fortemente l’attuale direttivo Acec), coordino coloro che, nelle diverse regioni, svolgono lo stesso lavoro che porto avanti, ovvero il servizio di assistenza e programmazione per le sale della comunità. Si tratta di un gruppo di lavoro coeso, dinamico, che non si accontenta e che, pur nella complessità e nelle criticità che spesso vivono le nostre sale, ha come obiettivo quello di far crescere le competenze di ciascun membro. Tra i benefici più concreti di questa attività ci sono sicuramente la crescita professionale dei programmisti e la nascita di iniziative condivise, come Metacinema che vede più sale collegate simultaneamente. In questo modo gli spettatori di diverse città assistono insieme alla proiezione di un film, per poi partecipare a un dibattito condiviso. In collegamento remoto mettiamo autori e talent di rilievo, che interagiscono in tempo reale con il pubblico delle sale collegate, dando vita a un confronto culturale aperto».

Come si può rafforzare il legame tra una sala radicata sul territorio e la comunità che la circonda, soprattutto nelle aree più periferiche o culturalmente marginali?
«Personalmente, non credo esistano aree culturalmente marginali. In ogni territorio ci sono persone appassionate, sensibili a determinati temi, capaci di generare valore culturale. Il vero nodo sta nell’intercettarle e creare occasioni di dialogo, anche se si tratta di piccoli numeri. Mi è capitato più volte di lasciare spazio a spettatori o associazioni del territorio che proponevano iniziative o eventi. Spesso, da quei suggerimenti nascono collaborazioni vere e proprie, in cui le persone vengono coinvolte anche nella presentazione dei film, o nella costruzione dell’evento stesso».

Negli ultimi anni il pubblico del cinema di qualità è cambiato sotto diversi aspetti. Ritiene che il mercato abbia saputo rispondere adeguatamente a queste trasformazioni?
«Non so dire se il mercato abbia davvero saputo rispondere in modo efficace, ma una cosa è certa: oggi il pubblico è molto più formato e consapevole rispetto a qualche anno fa. E questo è il frutto del lavoro costante degli esercenti. Proprio per questo motivo è essenziale prestare attenzione ai film che si propongono, perché gli spettatori non si lasciano più ingannare da operazioni superficiali. Si fida, ma pretende coerenza e qualità. A Senigallia, ad esempio, organizzo proiezioni alle 6 del mattino, con una media di 180 presenze, dove propongo film italiani di qualità che magari non hanno avuto grande visibilità in sala. A ogni appuntamento abbiniamo una colazione e la presenza fissa
di un ospite in sala. Il pubblico si prenota “al buio”, senza sapere in anticipo il titolo, ma si fida della proposta. È una responsabilità, bisogna scegliere con attenzione, perché la fiducia va guadagnata e difesa. Grazie a Dio finora è sempre andata bene (ride, ndr)».

Lei è direttore del Cinema Gabbiano, bisala in centro a Senigallia, e della monosala Masetti a Fano. Che tipo di andamento state registrando e quali sono le sfide maggiori?
«Il 2025, finora, non sta andando come ci aspettavamo, ma intravedo segnali positivi in vista del 2026. Continuiamo a resistere e a non perdere quella creatività che da sempre ci contraddistingue nell’organizzazione di eventi, incontri con autori, iniziative originali, e nella capacità di promuovere i film in modo coinvolgente. La sfida principale è sempre l’ascolto del pubblico, che profiliamo attraverso fidelity card che ci permettono di generare flussi di dati preziosissimi. Dati da cui scopriamo chi è venuto a vedere un determinato film, in quali orari e con quale frequenza. Grazie a queste informazioni capiamo chi “manca all’appello”, se è il momento di tenere ancora un film in programmazione, o se occorre ricalibrare la comunicazione. Ci aiuta soprattutto nell’organizzazione degli orari tra la prima e la seconda settimana, dove spesso si gioca la tenuta di un titolo».

Come funzionano esattamente queste tessere?
«Si tratta di tessere convenzione completamente telematiche, integrate in un sistema che registra ogni singolo passaggio degli utenti. Senigallia e Fano condividono un unico database, permettendoci di avere una visione unificata del pubblico delle due sale. Oltre alla classica formula del biglietto omaggio per il giorno del compleanno – una piccola attenzione che il pubblico apprezza – la tessera consente l’invio di comunicazioni profilate, come inviti in anteprima a eventi speciali con talent a cui è possibile iscriversi in anticipo rispetto agli altri spettatori. Questo ci consente di catalogare e targettizzare il pubblico, offrendo a ciascuno un’esperienza personalizzata e vantaggiosa. È un vero e proprio abbonamento open e attualmente contiamo circa 3.800 tessere tra Senigallia e Fano».

Il Gabbiano è noto anche per la sua arena estiva da 400 posti che, unita alla sala interna da altrettanti posti e collegata con l’arena, in pratica raddoppia la capienza per ogni singolo evento. E anche a Fano avete un’arena da 1.000 posti. Che tipo di programmazione fate e quali iniziative riscuotono maggiore affluenza?
«La programmazione estiva è molto articolata e arricchita da una serie di iniziative che negli anni hanno costruito una forte identità e fidelizzazione del pubblico. Tra gli appuntamenti più attesi c’è il film d’apertura dell’arena con ospite in sala. Molto apprezzato è anche il ciclo “Incontri di Cinema”, dedicato alle opere prime e seconde. In queste serate, organizziamo un apericinema dalle 20 alle 21 per massimo 50 persone, con sei menù poké a scelta e la possibilità di dialogare con l’ospite prima della proiezione. Ne realizziamo 10-15 ogni estate e negli ultimi tre anni siamo riusciti a incrementare il numero di questi appuntamenti anche grazie al supporto di Cinema Revolution. C’è poi “L’evento dell’estate”, con proiezioni di film restaurati, dove invitiamo il pubblico a venire con vestiti a tema: da Fantozzi a I guerrieri della notte, fino a Il grande Lebowski dove gli spettatori sono arrivati in accappatoio per rievocare le atmosfere del film. In queste serate, sempre da tutto esaurito, proponiamo hamburger e premiamo i migliori costumi a tema con biglietti omaggio. Infine, il nostro classico “2-2-2”: il 2 settembre, ingresso a 2 euro e 2 pezzi (cibo e bevanda) per tutti, con un film a sorpresa che chiude ufficialmente la stagione estiva».

Nel corso degli anni la multiprogrammazione ha iniziato a prendere piede. Crede sia stato fatto un importante cambio di passo, o ci sono ancora ampi margini di miglioramento?
«Credo ci siano ampi margini di miglioramento a tutti i livelli, dalla distribuzione all’esercizio. Nel mio ruolo di referente dei programmisti Acec osservo una situazione ancora disomogenea, con territori in cui è possibile lavorare con maggiore libertà e altri in cui il sistema, per varie ragioni, non lo consente ancora. Ma sono convinto che ci sia spazio per crescere se si lavora insieme con fiducia reciproca. È necessario, però, migliorare il metodo di lavoro: ogni esercente dovrebbe definire, settimana per settimana, una stima del numero di presenze nel proprio cinema, e partire da lì per costruire la programmazione. Va compreso meglio il valore e la resa di ogni singolo film nella propria struttura. Tutti questi film vanno pensati, preparati, comunicati dentro e fuori dalla sala, e da qui si costruisce il palinsesto. La multiprogrammazione diventa così uno strumento non solo operativo, ma strategico, per sperimentare nuovi orari, target e modalità di coinvolgimento del pubblico. Sarebbe importante che anche i distributori riconoscessero chi lavora con questo approccio e lo seguissero nel ragionamento, perché è attraverso questa collaborazione che si possono ottenere i risultati migliori».

La tenitura è essenziale per il successo di certi titoli d’autore. Quali strategie utilizza per proteggerla, quali sono gli ostacoli principali e i risultati ottenuti?
«Adotto strategie molto precise per proteggerla, l’obiettivo è raccontare e far comprendere ai distributori il valore di un lavoro paziente e continuativo sulla tenitura. Le faccio due esempi concreti che riguardano, quest’anno, La città proibita, e, lo scorso anno, La chimera, entrambi programmati al Gabbiano, hanno ottenuto risultati importanti: in una città di 40mila abitanti, senza il supporto delle arene estive, ciascuno dei due film ha raggiunto le 1.000 presenze. Per arrivare a questi numeri bisogna saperli difendere. La chimera, ad esempio, l’avevo inizialmente individuato come un film da recupero, quindi ho iniziato a promuoverlo con trailer e comunicazione mirata, creando attesa nelle settimane successive all’uscita nazionale, complice anche un messaggio video di Alice Rohrwacher rivolto al pubblico. L’ho messo in programmazione alla terza settimana e abbiamo ottenuto una tenitura lunga che ha portato al traguardo delle 1.000 presenze. Il film è stato presentato come “il film da noi consigliato” e questo ha rafforzato la percezione di una scelta curatoriale attenta. Con La città proibita, invece, siamo usciti in contemporanea con l’uscita nazionale e poi abbiamo difeso il film coinvolgendo le associazioni del territorio vicine alla tematica, aiutandole a comprenderne il valore. Anche in questo caso, in un mese e mezzo, abbiamo raggiunto le 1.000 presenze. Questo dimostra che, quando un film resta in sala, il pubblico comincia a domandarsi perché sia ancora lì e questa semplice domanda può alimentare curiosità e interesse. A Senigallia, in passato, abbiamo tenuto Il discorso del re per sei mesi e La migliore offerta per otto, a dimostrazione che, se supportata con convinzione, la tenitura può trasformarsi in una vera e propria strategia di successo».

Quali strumenti di fidelizzazione funzionano meglio oggi nel segmento d’essai?
«L’unico strumento che funziona davvero è la credibilità del cinema nei confronti del proprio pubblico, essere coerenti e affidabili rispetto a ciò che si propone e si porta avanti nel tempo. Nel nostro caso, ad esempio, la comunicazione non è mai generica o uguale per tutti, ma si basa su interessi specifici. Stiamo finalizzando un sistema di comunicazione, attraverso un CRM dedicato che ci sta aprendo nuovi scenari, dove comunichiamo per target sulla base degli interessi espressi dal pubblico, e in questo momento gestiamo circa 3.800 indirizzi email. Interessante è che le email non tornano mai indietro, segno che la lista è attiva e qualificata. Alcuni destinatari li contattiamo solo poche volte all’anno, perché sappiamo che è quello il loro giusto livello di coinvolgimento. È una fidelizzazione calibrata sui gusti delle persone».

Più volte lei ha ribadito l’esigenza di “non essere provinciali”. Cosa intende?
«Intendo che bisogna uscire da una visione ristretta e autoreferenziale del proprio pubblico, dove ci si limita a intercettare solo chi si conosce già. Ho sempre cercato di ampliare gli orizzonti della comunicazione. Soprattutto in occasione degli eventi, ho iniziato a investire in campagne social e, in alcuni casi, affissioni tradizionali, con l’obiettivo di raggiungere pubblici potenzialmente interessati anche in altre aree come Ascoli, Ancona, o la Romagna. Seleziono le città in base alla tipologia di film proposto, sapendo dove si trova il pubblico più affine, e questo lavoro mi permette di allargare la fanbase e di accogliere nuove facce in sala».

Ogni anno cresce il numero delle uscite evento, specialmente nei giorni feriali. Li considera un’opportunità per diversi care l’offerta, o rischiano di essere un ostacolo?
«All’inizio le uscite evento erano poche ma ben selezionate, era più semplice inserirle in programmazione. C’erano titoli che uscivano per due o tre giorni e poi sparivano definitivamente dal mercato, e in quel contesto il modello funzionava. Oggi, invece, è più difficile distinguere quali eventi rappresentino una reale opportunità e quali, al contrario, rischiano di diventare un ostacolo. Attualmente il 70% di questi contenuti arriva in sala senza un’adeguata comunicazione alle spalle, e questa è una grossa criticità perché ci troviamo a dover sostenere in autonomia i costi della comunicazione sul territorio, con risultati spesso incerti. Senza contare il rischio di sacrificare giorni infrasettimanali preziosi per film che meriterebbero più spazio e visibilità. Continuo a credere nell’efficacia dell’evento limitato a due giorni e poi ritirato dal mercato, ma solo se supportato da una comunicazione strutturata».

È ancora possibile oggi vivere esclusivamente di cinema d’essai, oppure è necessario scendere a compromessi e trovare un equilibrio con titoli più trasversali?
«Fortunatamente è ancora possibile. Certo resta fondamentale il supporto dei contributi destinati alla programmazione dei film d’essai per la custodia dei nostri presìdi culturali. Allo stesso tempo credo che una programmazione capace di includere anche titoli più trasversali, senza mai snaturare la propria identità, sia necessaria per allargare il pubblico e coinvolgere fasce diverse di spettatori. Se, ad esempio, ricevo richieste da parte di famiglie per proiettare un film d’animazione, posso creare un progetto specifico con un titolo selezionato con cura e collocato in un orario adatto. Ma questo non significa che poi si debba sacrificare un film d’essai, perché è proprio in questo equilibrio sottile che si misura la tenuta di una sala di qualità. Vorrei, però, aggiungere un’ultima riflessione. Se davvero vogliamo che le sale possano vivere soprattutto di cinema d’essai, è necessario rivedere il sistema di noleggio. Non è accettabile che un film accompagnato in profondità dal marketing venga noleggiato allo stesso prezzo di un’opera che arriva in sala senza alcun sostegno in comunicazione, lasciando tutto il peso – anche economico – sulle spalle dell’esercente».

Come giudica l’offerta di qualità tra ottobre e novembre?
«È un’offerta che mi incuriosisce. Anche se forse non ci saranno titoli da grandi numeri, credo che riuscirà comunque a reggere bene. Attendo con particolare interesse Tutto quello che resta di te e sono curioso di vedere che riscontro avrà Io sono Rosa Ricci. Poi ci sono titoli come Tre ciotole, Per te, Un semplice incidente di Jafar Panahi, La vita va così di Riccardo Milani, Cinque secondi di Paolo Virzì e Giovani madri dei fratelli Dardenne. È un panorama autunnale forse meno eclatante di altri anni, ma con spunti interessanti per il pubblico d’essai».

In un fine anno che sarà dominato dall’incontro-scontro tra Avatar e Zalone, come valuta la proposta più autoriale delle festività natalizie?
«Per fortuna ci sono comunque titoli di grande valore che permetteranno anche a chi fa cinema d’essai di essere coperto durante le festività. Primavera mi è piaciuto molto, Norimberga ha un cast molto forte, poi ci sono Father, Mother, Sister, Brother di Jim Jarmusch e Left-Handed Girl. È fondamentale, però, che questi film vengano mostrati in anticipo agli esercenti affinché possano prepararli al meglio».

Se potesse cambiare qualcosa nell’industria cinematografica con uno schiocco di dita, cosa farebbe?
«Più che cambiare qualcosa, credo sia utile ragionare su ciò che si può migliorare concretamente nell’industria cinematografica. Serve riflettere su come rendere visibili gli invisibili. E per invisibili non intendo soltanto le piccole sale sconosciute, ma anche i multiplex, che in alcuni contesti rischiano di esserlo per motivi diversi. Faccio un esempio concreto: se a Senigallia il Gabbiano trasmettesse ogni settimana un trailer con la dicitura
“in programmazione al multiplex vicino” per titoli che certamente non proietterà, e se anche il multiplex facesse lo stesso per un film al mese che non rientrerà nella sua offerta ma che si trova in sala da noi, potremmo incrociare i pubblici e ampliare la platea complessiva. Si tratterebbe di una collaborazione selettiva, costruita su titoli che non creano concorrenza diretta. È un’operazione semplice che favorirebbe l’intero ecosistema cinematografico e aiuterebbe a superare steccati inutili. Condivisione di idee, dati e sinergie reali sono la chiave per il futuro».

L’articolo è stato pubblicato su Box Office di settembre.

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