Cover Story: 40 secondi di pura emozione

Roberto Proia, direttore area cinema e produzione di Eagle Pictures, racconta la genesi, il processo produttivo e i retroscena del nuovo film sulle ultime ore di vita del giovane Willy Monteiro Duarte, al cinema dal 19 novembre
© courtesy of Eagle Pictures

Il successo de Il ragazzo dai pantaloni rosa – capace di conquistare il pubblico e incassare 10,1 milioni di euro al box office – ha confermato la forza emotiva, culturale ed economica di un cinema di impegno civile, capace di far riflettere soprattutto le nuove generazioni su drammi sociali di stringente attualità. Un’intuizione nata da Roberto Proia, Direttore Area Cinema e Produzione di Eagle Pictures, e che ora prosegue su questa linea editoriale con 40 secondi, in arrivo al cinema dal 19 novembre con la società guidata dal presidente Tarak Ben Ammar e dall’amministratore delegato Andrea Goretti. Scritta e diretta da Vincenzo Alfieri, quest’opera ricostruisce le ultime ore di vita del giovane Willy Monteiro Duarte e il contesto sociale che ha portato alla sua tragica morte, avvenuta in seguito a un pestaggio durato, appunto, 40 secondi, la notte del 6 settembre 2020. Un progetto ambizioso, sostenuto interamente da Eagle con un budget circa il 15% superiore a quello de Il ragazzo dai pantaloni rosa, che Roberto Proia ha preso a cuore con un grande senso di responsabilità verso la famiglia della vittima e il pubblico. «Ci siamo avvicinati alla vicenda “in punta di piedi”, con grande rispetto», racconta Proia. «Film di questo tipo offrono l’opportunità straordinaria di fare davvero la differenza nella vita delle persone, ma è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra ciò che si vuole comunicare e come farlo arrivare al pubblico, senza che si senta scoraggiato dalla visione. Il film non vuole fare la morale, ma mostrare i pericoli della violenza quotidiana, quella che troppo spesso viene esercitata come se si stesse giocando a un videogame. Sfido chiunque lo vedrà a non restare incollato allo schermo e a non uscire dal cinema con una nuova consapevolezza».

Prima Il ragazzo dai pantaloni rosa, e ora 40 secondi. Il suo impegno produttivo proseguirà su questa strada? E come si inserisce questo film nella strategia editoriale di Eagle?
L’idea è esattamente questa. Siamo prima di tutto un’industria e, per quanto possa sembrare banale, la nostra missione è crescere intercettando il maggior numero possibile di spettatori. Il ragazzo dai pantaloni rosa, così come il meraviglioso C’è ancora domani, ci hanno dimostrato che esiste un pubblico molto numeroso che, oltre a volere intrattenimento chiede anche spunti di riflessione su temi che toccano la loro vita quotidiana. Il nostro impegno è proprio quello di trovare storie vere, capaci di farsi paradigma di fenomeni sociali che generano un disagio profondo. 40 secondi si inserisce perfettamente in questo percorso: sfido chiunque lo vedrà a non restare incollato allo schermo e a non uscire dal cinema con una nuova consapevolezza. Per il 2026 e il 2027 abbiamo già individuato altre due storie vere che, a nostro avviso, hanno l’urgenza di essere raccontate e, soprattutto, ascoltate. Questo filone sociale si affianca a una produzione più orientata all’intrattenimento che, però, possa sempre lasciare un piccolo segno emotivo o riflessivo allo spettatore. Un esempio è Sul più bello, che dietro l’aspetto di una dramedy teen ha saputo parlare ai giovani e ai loro genitori, veicolando un delicato messaggio di resilienza e accettazione di sé, fattore che ne ha decretato il successo. Pur non trattandosi di film “sociali” né di storie vere, i tre titoli della saga (oggi disponibili su Netflix) e la serie tv successiva (su Prime Video) hanno comunque fatto la differenza per il pubblico.

Roberto Proia, Direttore Area Cinema e Produzione di Eagle Pictures

Ci racconti la genesi di 40 secondi.
Il progetto ha radici lontane. Nell’ago sto del 2022, durante una cena con una mia carissima amica – la giornalista de La Repubblica Federica Angeli – lei mi raccontò che di lì a un mese avrebbe pubblicato un libro dal titolo 40 secondi, dedicato alla terribile vicenda di Willy Monteiro Duarte, accaduta appena due anni prima. Le chiesi di poterlo leggere in anteprima e rimasi profondamente colpito dall’enorme lavoro che Federica aveva compiuto nel ricostruire una realtà quotidiana sul punto di esplodere. Dalle pagine del libro emergeva chiaramente che l’omicidio di Willy – avvenuto, come sappiamo, per una tragica casualità – aveva in realtà una sorta di ineluttabilità intrinseca, il risultato di un disagio sociale fortissimo, come una pentola a pressione pronta a esplodere. Eagle acquisì immediatamente i diritti del libro di Angeli, ma il progetto stentava a decollare: non era semplice realizzare un lungometraggio su un omicidio apparentemente inspiegabile, consumato in meno di un minuto. Ci mancava un espediente narrativo che funzionasse davvero. La svolta arrivò durante la lavorazione de Il corpo, quando ne parlai con il regista Vincenzo Alfieri, che a sua volta coinvolse il suo autore di fiducia, Giuseppe Stasi. Insieme hanno dato vita a una delle sceneggiature più belle che io abbia mai letto: la loro intuizione è stata raccontare le 24 ore che precedono l’omicidio attraverso i diversi punti di vista dei protagonisti della vicenda. Naturalmente il successo de Il ragazzo dai pantaloni rosa è stato determinante per spingere Eagle a dare il via libera al progetto, finanziandolo interamente in autonomia.

La famiglia di Willy ha partecipato al processo creativo?
Abbiamo provato più volte a coinvolgere la famiglia di Willy nel processo creativo, ma si è sempre mostrata molto riservata. Abbiamo rispettato pienamente questa decisione, lasciando però la porta aperta qualora in futuro cambiassero idea. Come già accaduto con Teresa Manes, ci siamo avvicinati alla vicenda “in punta di piedi”, con grande rispetto. Crediamo di aver reso onore a Willy Monteiro raccontandolo per ciò che era: un ragazzo pulito, lavoratore, con un futuro brillante. Il film non vuole fare la morale, ma mostrare i pericoli della violenza quotidiana, quella che troppo spesso viene esercitata come se si stesse giocando a un videogame. Il finale, in particolare, ha una fortissima carica emotiva, pensata per far arrivare il messaggio prima al cuore e poi alla mente dello spettatore. Questo è l’enorme potere evocativo del cinema: emozionare e, attraverso l’emozione, far riflettere.

© courtesy of Eagle Pictures

Quali sono le ragioni dietro la decisione di uscire al cinema il prossimo 19 novembre?
Dal momento in cui si è deciso di avviare questo progetto, sapevamo di avere tempi strettissimi. Come responsabile della distribuzione, avevo bisogno
di un’uscita autunnale per poter organizzare il maggior numero possibile di matinée dedicate alle scuole. Questo ha significato impormi, come responsabile delle produzioni, una scaletta serratissima e tutta la troupe ha lavorato in maniera straordinaria per rispettare queste tempistiche. La mia idea, fin dal principio, era seguire le orme di Il ragazzo dai pantaloni rosa: lancio a fine settembre durante lo show Tutti a Scuola, alla presenza del Presidente Mattarella (che ha conferito a Willy la Medaglia d’Oro al Valor Civile), presentazione a Palermo alle Giornate Nazionali per il Cinema per le Scuole, partecipazione alla Festa del Cinema di Roma e, infine, un grande evento per le scuole di tutta Italia collegate via satellite due giorni prima dell’uscita in sala, alla presenza del cast. Quest’ultimo evento si terrà, infatti, il 17 novembre. Grazie all’incredibile lavoro della squadra di montaggio, siamo riusciti a rispettare ogni scadenza, ad agosto eravamo tutti a Roma a lavorare senza sosta. Colgo l’occasione per ringraziarli ancora una volta.

Quanto è importante il passaggio in concorso alla Festa del Cinema di Roma?
Credo che qualsiasi festival rappresenti una vetrina importante, ma sono anche convinto che non tutti i film debbano necessariamente compiere qusto passo. Se un film, pur selezionato, non è adatto a quel contesto, rischia di uscirne penalizzato e il lancio in sala può diventare molto più complesso. Nel caso di 40 secondi, il nostro obiettivo non era semplicemente partecipare al Festival di Roma, ma di farlo in concorso. Eravamo convinti che il film lo meritasse e, quando è arrivata la telefonata di invito, siamo stati sinceramente lusingati. Sarà una serata molto emozionante, anche per la presenza di un cast ricco di giovani esordienti, che avranno così un’occasione straordinaria di vivere il loro debutto in un contesto prestigioso.

© courtesy of Eagle Pictures

Che tipo di investimento ha richiesto 40 secondi e come si posiziona rispetto ai vostri altri titoli in termini di budget e scala produttiva?
Il film ha rappresentato per Eagle un investimento medio-alto, circa il 15% in più rispetto a Il ragazzo dai pantaloni rosa.

Quali sono le vostre aspettative in termini di performance commerciale rispetto a Il ragazzo dai pantaloni rosa?
È sempre una domanda insidiosa, ma non mi sottraggo… Dopo aver visto il film e osservato le reazioni ai materiali di marketing lanciati di recente, sarei molto, molto sorpreso se 40 secondi incassasse meno di 4,5 milioni di euro. Per Il ragazzo dai pantaloni rosa, ricordo che alla stessa domanda avevo indicato una previsione di 3 milioni di euro, e il risultato fu nettamente superiore alle aspettative.

Il tema ha avuto una forte risonanza anche fuori dall’Italia, avete in programma piani di vendita internazionali?
Assolutamente sì. Stiamo già negoziando con diversi partner per la distribuzione internazionale, anche se al momento la nostra priorità resta massimizzare la performance del film nelle sale italiane.

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Che tipo di sfruttamento del film prevede dopo l’uscita sul grande schermo e in quali finestre?
Grazie al promo presentato alle Giornate Professionali di Riccione, il film ha già messo a segno una vendita pay con un player molto importante, e siamo convinti che l’intera filiera di sfruttamento ci darà grandi soddisfazioni. Come già avvenuto per Il ragazzo dai pantaloni rosa, abbiamo chiesto che il film rimanga esclusivamente in sala ben oltre i 105 giorni previsti dalla legge prima di approdare in televisione.

Come produttore, quanto pesa la responsabilità di raccontare una storia così recente e dolorosa per la collettività?
È il viaggio più doloroso e significativo che si possa intraprendere. Si porta con sé una responsabilità enorme verso la famiglia della vittima e tutte le persone che hanno vissuto questo strappo, verso l’azienda che sceglie di investire milioni per raccontare questa vicenda e, infine, verso il pubblico, per il tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Film di questo tipo offrono l’opportunità straordinaria di fare davvero la differenza nella vita delle persone. Ma è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra ciò che si vuole comunicare e come farlo arrivare al pubblico senza che si senta scoraggiato dalla visione. Quello che gli americani chiamano tone of voice è decisivo: Il ragazzo dai pantaloni rosa aveva una levità che, anziché scontrarsi con la gravità del tema, lo rendeva più accessibile. Non a caso, il trailer si concludeva con una nota positiva – quel “così vincono loro” – che apriva uno spiraglio di speranza rispetto a ciò che realmente accadde ad Andrea nel 2012. Con 40 secondi il principio è lo stesso: il finale – che non svelerò – è davvero straordinario perché riesce a strappare un sorriso tra le lacrime.

© courtesy of Eagle Pictures

Negli ultimi anni la maggior parte delle sceneggiature dei film italiani targati Eagle portano la sua firma, ma non è il caso di 40 secondi. Come mai questa decisione?
Perché ho capito immediatamente che non sarei stato in grado di trovare la chiave narrativa che invece Vincenzo Alfieri e Giuseppe Stasi hanno così brillantemente creato, diventando la pietra angolare su cui si è costruito questo film meraviglioso. Non credo che tutti sappiano fare tutto, così ho fatto volentieri un passo indietro.

Che tipo di tono e linguaggio cinematografico avete scelto per raccontare una storia così drammatica, evitando il rischio di spettacolarizzare la violenza?
Il film sarà classificato 10+ per la censura, volevamo che fosse autentico ma al tempo stesso accessibile a un ampio pubblico. Questa idea è stata la nostra bussola sin dal principio, sposata e condivisa dallo stesso regista appena salito a bordo. Non volevamo insistere sulla spettacolarità o sulla rappresentazione della violenza, già l’atto in sé è stato violentissimo. Il regista ha dimostrato grande sensibilità e consapevolezza, mettendo da parte stilemi che appartengono a un altro tipo di cinema. Dal punto di vista stilistico, il film richiama un certo cinema indipendente e giovane, con ampio uso di camera a spalla e una ricerca costante di verità. Gli spettatori potranno cogliere echi di Gus Van Sant, Pasolini e persino di Euphoria: la sintesi intergenerazionale che 40 secondi riesce a realizzare è, a nostro avviso, un piccolo miracolo.

© courtesy of Eagle Pictures

Nel cast, a fianco di volti già noti come Sergio Rubini e Francesco Di Leva, avete arruolato anche giovani esordienti. Chi sono e come sono stati selezionati?
I casting director Marco Donat Cattin e Federica Baglioni hanno svolto un lavoro di scouting eccezionale, andando per strada, nei centri commerciali, nelle palestre, per trovare i volti giusti. Considerando l’ampiezza del cast e l’elevata presenza di non professionisti – soprattutto nei ruoli principali, come Willy e i suoi due carnefici – il rischio di insuccesso era alto. Eppure non è stato così, sono tutti incredibili. Il regista ha dovuto faticare molto per trasformarli in attori senza far loro perdere quella “verità” che è poi forse il pregio più grande di questo film.

Sappiamo che lei è sempre al lavoro su nuovi progetti cinematografici. Può darci qualche anticipazione?
Come sceneggiatore, ho appena terminato di scrivere la seconda stagione di Gloria, la serie di Rai 1 con Sabrina Ferilli, e ho scritto il musical de Il ragazzo dai pantaloni rosa, che andrà in scena il 20 febbraio al Teatro Sistina di Roma con la regia di Massimo Romeo Piparo. Restando in tema, sto ultimando la prima stesura del remake americano di Il ragazzo dai pantaloni rosa, di cui a breve annunceremo il nome del regista statunitense che lo realizzerà. Come produttore, oltre alle riprese di Gloria 2 per Rai Fiction, a ottobre saremo sul set con il nuovo film di Sergio Rubini, co-prodotto con Rai Cinema: un thriller che vedrà protagonisti Miriam Leone, Fabrizio Gifuni e Claudio Santamaria.

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