Costi di produzione fuori controllo?

Mai come in questo momento, le spese nei budget dei film italiani sono state così alte. Per capire meglio questo fenomeno, abbiamo chiesto a otto produttori di condividere il loro punto di vista

Di seguito l’articolo pubblicato su Box Office del 15-30 giugno 2023 (n. 5). Per leggere l’intera rivista clicca QUI, oppure scarica la versione digitale dall’app di Box Office su Google Play e App Store, o abbonati direttamente alla versione cartacea della rivista.

I numeri non mentono. Sono sempre di più i film italiani destinati alla sala che ormai superano i 6 milioni di euro di budget, spingendosi a volte ben oltre il tetto dei 10 milioni. Basta scorrere i dati sul costo complessivo di produzione dichiarati dalle aziende e messi a disposizione dalla Direzione Generale Cinema, aggiornati allo scorso 7 maggio: Rapito di Marco Bellocchio 12.650.000 euro (nel 2018 Il traditore ne era costati 9,5); La chimera di Alice Rohrwacher 9.600.000 euro  (sempre nel 2018 Lazzaro felice ne era costati 5,6); Comandante di Edoardo De Angelis 14.989.514 euro; Io capitano di Matteo Garrone 11.286.884 euro. Non sono da meno gli ultimi progetti di Riccardo Milani (Grazie ragazzi, 7.276.960 euro) e Daniele Luchetti (Confidenza, 6.267.405 euro) o gli esordi di Paola Cortellesi (C’è ancora domani, 8.393.128 euro) e Roberto Saviano (Sono ancora vivo, 7.000.000 euro). Per non parlare di alcune delle più recenti produzioni internazionali della triade Wildside-The Apartment-Fremantle non così lontani dai budget statunitensi (per le produzioni indipendenti, ovviamente): Queer di Luca Guadagnino (attualmente in lavorazione) 33.428.743 euro; Finalmente l’alba di Saverio Costanzo 28.531.923 euro; lo stesso L’immensità di Emanuele Crialese era costato la ragguardevole cifra di 14.646.084 euro. Un bel segnale, a indicare che anche l’Italia si sta allineando agli standard di altre cinematografie europee, rendendosi più competitiva sullo scacchiere internazionale. Un fenomeno, allo stesso tempo, che per il suo carattere di novità, a cui non tutti forse erano preparati, desta qualche preoccupazione sulla sua effettiva sostenibilità nel più lungo periodo. Per capire meglio questo trend, mettere a fuoco i fattori che più hanno inciso in questo aumento e che cosa ci riserva il futuro, abbiamo chiesto il parere di otto produttori: Francesca Cima (produttrice di Indigo), Paolo Del Brocco (amministratore delegato di Rai Cinema), Mario Gianani (Ceo di Wildside), Raffaella Leone (ad di Leone Film Group e presidente/Ceo di Lotus Production), Giampaolo Letta (vicepresidente e ad di Medusa Film), Davide Novelli (Distribution Director di Vision), Matteo Rovere (Ceo di Groenlandia) e Alessandro Usai (amministratore delegato di Colorado).

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LA LEGGE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA

Il comun denominatore che emerge e mette tutti d’accordo è la legge della domanda e dell’offerta. Di fronte a una maggior richiesta di prodotto audiovisivo i prezzi salgono per l’aumento del potere contrattuale dei lavoratori in regime di piena occupazione. «La domanda di prodotto» esordisce Francesca Cima (Indigo) «è aumentata a livello internazionale, ma è vero che da noi è proprio esplosa». Che ci sia un boom della produzione lo conferma anche Giampaolo Letta (Medusa): «Sono cresciute le produzioni audiovisive in generale, sia per il cinema sia per la televisione». Quindi, prosegue Alessandro Usai (Colorado), «i compensi sono aumentati a cominciare da quelli delle maestranze». Per Mario Gianani (Wildside) si tratta di un incremento fisiologico: «Non ci trovo nulla di anormale, sono i sintomi di un’industria “sana”. Se aumenta la domanda, e le risorse (artistiche e professionali) scarseggiano, in un regime di piena occupazione c’è un adeguamento dei costi che spinge verso l’alto». E di piena occupazione parla anche Paolo Del Brocco (Rai Cinema): «Non può che essere un dato positivo. Quando la domanda supera l’offerta, il prezzo sale». Per poi aggiungere come i film, almeno quelli che richiedono budget più importanti, stiano diventando ancora più grossi per ambizioni produttive maggiori. Dello stesso avviso è Davide Novelli (Vision): «Negli ultimi anni abbiamo visto un cinema italiano che ha alzato l’asticella della qualità, anche per rispondere alla moltiplicazione dei canali di sfruttamento sempre più frammentati». Per Raffaella Leone (Leone/Lotus) stiamo vivendo un momento stimolante: «L’aumento c’è ed è sotto gli occhi di tutti, il che è un bene perché ci auguriamo tutti di poter continuare a lavorare così tanto. È altrettanto vero che sono aumentati i costi dei consumi e dell’approvvigionamento dei materiali, e a volte si fatica persino a reperire parte del cast tecnico. Secondo me siamo intorno al 15% in più rispetto allo stesso budget prima della pandemia e poi della guerra». Pandemia e guerra servono da gancio per entrare più nello specifico. Quali sono i fattori che oggi incidono di più nell’aumento dei costi?

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FATTORI D’INCIDENZA

Mario Gianani introduce il tema delle produzioni internazionali che dall’estero vengono a girare nel nostro Paese: «la conseguenza è che  anche i prezzi sono diventati più internazionali. C’è stato un adeguamento». Ad attrarre le produzioni dall’estero sono state, sottolinea Francesca Cima, «gli incentivi del Governo. È ovvio che una produzione americana che viene a girare in Italia abbia creato uno standard di paghe che ha finito col provocare un aumento». Anche Del Brocco pone l’accento sul grande investimento pubblico fatto con la Legge Cinema. «Il nostro tax credit ha portato non solo vantaggi alla produzione italiana, ma anche alle produzioni straniere che, in particolare quelle americane, viaggiano su altri parametri. Normale che la gente finisca per abituarsi a standard di paghe più alti». Un altro fattore di incidenza rilevato dall’AD di Rai Cinema è il livello produttivo alimentato dalle piattaforme con le serie: «È chiaro che anche questo flusso abbia fatto sì che si venisse a creare maggiore concorrenza sulle risorse, con relativo aumento dei costi».

Francesca Cima (Indigo Film) ©GettyImages

Di tax credit aggressivo e non differenziato tra produzioni italiane e produzioni straniere parla Usai: «Un professionista, giustamente, si fa i suoi conti e se tu vuoi proprio lui devi convincerlo a lavorare per te piuttosto che per un altro. Si pensi anche ai teatri di posa. Prima venivano usati poco perché troppo costosi, ma proprio per questo riuscivi a ottenere delle condizioni di favore. Adesso sono tutti pieni e così i prezzi difficilmente scendono». Durante la pandemia ha influito in parte anche la presa in carico dell’emergenza sanitaria e sia Letta che Novelli fanno notare come durante il biennio pandemico si fosse assistito a un aumento dei costi legati alla gestione dell’emergenza Covid per via di tutti i protocolli sanitari, anche se – controbatte Cima – «si trattava di costi sostenuti dal Governo. E comunque non è certo la spesa dell’ispettore Covid che ha fatto lievitare i budget». Adesso, però, spiega Raffaella Leone, «questa cosa si verifica meno, perché per fortuna siamo usciti dall’emergenza. La pandemia ha comportato dei costi aggiuntivi, è vero, ma mai come la guerra in Ucraina». Un altro fenomeno, di natura più strutturale, riprende Usai, è l’inflazione: «Si ripercuote su tutto. Dai costi dell’energia ai trasporti e ai noleggi, tutto è aumentato. Non ultimi i tassi di interesse. Un conto è se si è un service pagato conto terzi. Altra cosa se sei un produttore indipendente, come Colorado, e devi anticipare tutti i costi a fronte di un tax credit che vedrai negli anni come anche i ricavi provenienti dalla vendita alle piattaforme. Ergo, bisogna andare a finanziarsi in banca. Solo che fino a due anni fa ti finanziavi a costo quasi zero. Adesso i tassi, sempre a patto di concludere un accordo di mutuo, sono al 4,5-5%. Quando hai una producer fee al 12%, vuol dire in pratica che lasci sul tavolo la metà del tuo guadagno per pagare le banche».

Paolo Del Brocco (Rai Cinema)

COSTI SOPRA E SOTTO LA LINEA

Se a incidere maggiormente è la concorrenza dei professionisti in un mercato di piena occupazione, Giampaolo Letta distingue tra costi vivi legati alla produzione e costi sopra la linea. «Mediamente si è registrato un aumento tra il 20 e il 30%. Vuol dire che oggi è ancora più rischioso progettare, ideare e poi realizzare un film destinato alla sala, perché alle incognite e ai rischi di prima, si aggiunge un aumento dei costi molto alto». Sono all’incirca le stesse percentuali di cui parla anche Matteo Rovere: «Negli ultimi 12-18 mesi si è verificato un aumento dei costi sotto la linea che in Groenlandia abbiamo calcolato fra il 27 e il 35% e che è ascrivibile alla grande presenza di esecutivi internazionali in Italia. Se è un fattore utile alla nostra industria, allo stesso tempo l’occupazione piena non si traduce sempre in un aumento di qualità, perché il personale è sempre lo stesso. Anzi, si sono verificati casi in cui alle nostre maestranze, che sono tra le più brave al mondo, si sono aggiunti nuovi volenterosi, che però non hanno ancora abbastanza esperienza».

Mario Gianani (Ceo di Wildside)

Rispetto al cachet degli attori, Novelli rileva come oggi, più che in passato, un film, per funzionare, non può essere “semplicemente” un buon prodotto. «Deve avere al suo interno dei driver importanti. Il pubblico è molto più attento, e andare al cinema è sempre più una scelta su cui molto incidono nomi di cui gli spettatori si fidano: l’autore di un libro, un regista o gli attori. Allora, se è vero che potrebbe esserci una sproporzione tra il cachet di un determinato attore e quelli che sono i risultati in sala, è altrettanto vero che i risultati in sala oggi sono ancor più legati alla presenza di certi nomi». Ne consegue che anche loro, per le stesse logiche di mercato, acquistano un potere contrattuale superiore. Senza contare, come puntualizza Gianani, che in Italia «non abbiamo uno star system così diffuso, per cui le scelte finiscono per ricadere su poche decine di talent, aumentando ulteriormente il loro valore». Interviene di nuovo Rovere, secondo cui «l’attore intelligente accetterà sempre di fare un film che sa che gli potrà dare qualità e visibilità, anche in termini di esperienza interpretativa. Quindi, secondo me, una soluzione si trova sempre. Basta che ci sia una volontà artistica comune. Sono proprio i costi operativi dei film che hanno raggiunto livelli inaccettabili e invito tutti su questo a fare una riflessione, perché si rischia di fermare l’innovazione».

Raffaella Leone (Leone Film Group) ©Getty Images)

REDDITIVITÀ

C’è poi un’altra domanda: a un aumento dei costi di produzione così considerevole, corrisponde anche un aumento della redditività del prodotto? Secondo Novelli sì, «anche perché se la pandemia ha rafforzato ancora di più il concetto che andare al cinema è una scelta di prodotto, sono quelli di maggior qualità e appeal a essere premiati di più dal pubblico, a prescindere dal genere. Poi è ovvio che i risultati siano al di sotto delle medie precedenti, ma questo è dovuto al mercato. Detto ciò, l’asticella si è alzata anche in risposta a una domanda di audiovisivo più alta. E il prodotto di qualità che 15 anni fa si trovava solo al cinema, adesso si trova anche nella serialità». Usai è più scettico e sostiene che, sempre a causa dell’inflazione, la redditività tenderà a scendere: «Mentre il distributore sala si trova a fronteggiare un mercato che è ancora sotto del 40-45% rispetto a prima, non è che le televisioni e le piattaforme ci danno il 20% in più solo perché c’è l’inflazione. Così il produttore, che in tutta la filiera funge da cuscinetto, vede il proprio margine di guadagno ridursi».

Giampaolo Letta (Medusa Film)

Attenzione, però, ribatte Francesca Cima, «non c’è mai stata solo la sala e neanche ricavi immediati. Un film è un sistema economico complesso in cui ci sono le vendite televisive, gli sfruttamenti successivi e le vendite internazionali. Per nostra esperienza diretta, ci sono film che magari hanno incassato poco nelle sale italiane, ma che sono stati venduti bene in molti Paesi. Ed è proprio a questi film che bisognerebbe puntare oggi». Dello stesso avviso è anche Raffaella Leone: «Non possiamo contare solo sul nostro mercato. Dobbiamo fare sempre più progetti che abbiano anche un mercato internazionale in modo che quello che non recuperi dall’Italia lo recuperi altrove». A mantenere una posizione più critica è Rovere: «Una società come Grøenlandia negli anni ha sempre valorizzato per policy la qualità dei film, investendo nel production value. Questa situazione, invece, colpisce quelle parti di budget molto importanti che riguardano la scenografia, i costumi, i VFX, rendendo i film meno appetibili».

Davide Novelli (Vision Distribution) – ph. Riccardo Ghilardi

CRITICITÀ

Le conseguenze negative dell’impennata dei costi di produzione incidono anche su altri frangenti. Il primo riguarda le produzioni più “fragili”: «Sono molto preoccupata – afferma Cima – perché ci sono film, come le opere prime o i film di ricerca, che non possono permettersi certi budget». Anche perché, come puntualizza Del Brocco, il tessuto industriale italiano è caratterizzato dalle piccole e medie imprese: «È evidente che il produttore medio-piccolo si trovi più in difficoltà. I fattori produttivi costano di più e quindi mettere insieme le risorse finanziarie per produrre un film diventa più complicato. Il fatto che possa ridursi un certo tipo di cinema, quello dei film più piccoli, difficili o sperimentali, che però sono anche quelli più identitari, potrebbe comportare criticità di carattere culturale». Sono proprio quei film su cui Rovere ha sempre investito moltissimo, «opere di registe e registi emergenti, innovativi, nuovi, che propongono anche film di genere. Non è mai stato semplice, però adesso è diventato ancora più complicato se non impossibile farli». Anche un produttore abituato ai grandi numeri come Mario Gianani spiega come in un mondo ideale in cui vigano sani meccanismi economici produrre un’opera a basso costo in grado di generare ricavi molto alti sarebbe molto più conveniente. Purtroppo non funziona così perché un prodotto viene più spesso valutato non per il suo valore intrinseco, ma per il suo costo. «Se vado da un operatore a dire che il mio film costa un milione, costui non è che me lo valuta cinque perché ha una potenzialità pazzesca. Se dico che costa uno, la sinapsi successiva lo valuta uno. Ecco perché non ha prevalso l’interesse a tenere i prezzi più bassi in vista di più lauti guadagni in caso di successo». Giampalo Letta, invece, manifesta grande preoccupazione per i risultati della sala: «Speravamo tutti in una ripresa più robusta e veloce, come è avvenuto in altri Paesi europei. Invece aumentano i costi, ma il mercato theatrical è ancora indietro del 45% in termini di spettatori. Il problema, allo stesso tempo, è che non si può decidere di abbassare i costi dall’oggi al domani, proprio per una questione di mercato».

Matteo Rovere (Groenlandia Film)

BOLLA O NON BOLLA?

Che si possa verificare allora il pericolo di una bolla finanziaria? «È un tema» prosegue Letta «ma dipende da quanto il mercato sia in grado di sostenere la struttura dei costi e dei ricavi, soprattutto dal punto di vista di un’azienda privata come quella in cui lavoro io, che alla fine dell’anno deve far quadrare i conti. Ma quelli della sala si sono contratti e un calo notevole c’è stato anche nelle vendite della televisione generalista. Queste perdite non sono però state compensate in maniera proporzionata da un aumento dei valori delle PayTV, dello Svod e delle piattaforme, che pure utilizzano in maniera importante il prodotto cinematografico». Fatalista è Gianani, il quale non esclude il verificarsi di una saturazione del mercato, ma preferisce parlare di una bolla non uniforme: «A quel punto bisognerà andare a vedere dentro le singole categorie. Inoltre, a contrarsi, potrebbe non essere la domanda generale, ma il valore del singolo prodotto. Quindi bisogna vedere dove si andrà a contrarre il budget, visto che ci sono prodotti di altissimo profilo, su cui, per loro natura, sarebbe troppo difficile intervenire di contrazione. A quel punto ci sarà un controllo più serrato sui costi e le società di produzione rischieranno di controllarli ancora meno. Se poi, a catena, tutto ciò raggiungerà tutti gli altri operatori, è da vedere». Più ottimista è la Leone, secondo la quale il tema non esiste. «Mi auguro che non sia così perché sarebbe un peccato. Più probabile che ci sarà una piccola inversione di marcia. Probabilmente si faranno un po’ meno prodotti, ma di qualità maggiore. Il che non è un male». Anche Del Brocco non è così pessimista: «Se il rischio c’è non sarà tanto per l’Italia, anche se i dati mostrano che le piattaforme stanno cominciando ad avere problemi di bilancio. A quel punto la soluzione può essere o quella dei licenziamenti o di una riduzione degli investimenti. Quando e dove, è tutto da vedere e non è detto che debba succedere per forza. L’Italia è un Paese dove c’è grande interesse a produrre e dove l’attrazione degli investimenti, anche stranieri, è molto forte. In ogni caso può essere un pericolo e in quel caso ci sarà il problema di un eventuale riallineamento verso il basso, più difficile e più lungo nel tempo». Bolla o non bolla, per Rovere i film e le serie si continueranno a fare, «ma bisogna fare molta attenzione a non smettere di nutrire il segmento del cinema nazionale. Gli strumenti finanziari sono preziosi e importanti quando tutelano la creatività. Se addirittura la schiacciano o la reprimono come sta accadendo con le opere prime, allora sì che è un tema a cui fare attenzione perché il rischio è che ci si ritorca contro». Anche Usai, più che di una bolla è preoccupato all’idea di una produzione molto alta slegata però dai risultati finali. «Che Zalone guadagni un mucchio di soldi e costi molto ha un senso. Che lo stesso costo venga messo su un prodotto che poi, o in sala o sulle piattaforme o in televisione, non vede nessuno, no. Ma quanto può durare? È venuta meno una differenziazione del prodotto rispetto al mercato». Di assestamento naturale, e non di bolla, parla invece Davide Novelli. «I momenti di assestamento sono momenti di selezione. Chi riesce a intercettarli, sopravvive. Chi non ce la fa, soffre. Il fatto che la produzione sia aumentata, così come i costi, è frutto di una domanda crescente, il che è abbastanza naturale. In questo scenario rischia chi si trova nelle aree di eccesso perché se si va in over produzione non tutta la domanda può essere assorbita. Vedremo, ma nel complesso, è un momento molto interessante per fare questo mestiere».

Alessandro Usai (Colorado Film) – ph. Loris T. Zambelli)

SI PUÒ FARE DI PIÙ

Cosa fare allora per evitare un’inversione di marcia e rendere più sostenibile un mercato così fortemente in crescita? Per Francesca Cima si dovrebbe intervenire su due livelli: «Da una parte c’è il tema della formazione. Bisognerebbe ragionare su come introdurre nuove figure professionali sull’esempio dell’Inghilterra che ha introdotto nuovi lavoratori coinvolgendo nella formazione professionisti di altissimo profilo». Dall’altra, continua Cima, bisogna stare attenti a non lasciare indietro nessuno: «Dovremmo fare in modo che si possano fare documentari da 100.000 euro e produzioni da 15 milioni, con tutto quello che c’è in mezzo. Anche per questo negli altri Paesi c’è un sistema di compensi e di paghe a diverse condizioni produttive. Mi auguro che si arrivi presto a una revisione del contratto collettivo. Si pensa che i mercati più floridi non abbiano regole. Al contrario. Per questo è importante la Legge Franceschini che è una legge di filiera». E dell’importanza di una regolamentazione a tutela delle realtà più indipendenti parla anche Paolo Del Brocco: «Proprio perché è da un certo tipo di produzione indipendente che nasce anche il racconto del nostro Paese, questa va tutelata con accordi associativi e decreti ad hoc». Per Mario Gianani sarà fondamentale restituire alle società di produzione la loro centralità come intermediari tra il destinatario finale (broadcaster e piattaforme) e i lavoratori «attraverso la salvaguardia degli incentivi fiscali come il tax credit. Però – aggiunge – va rivista la normativa in modo da tutelare maggiormente le realtà industriali e allentare la pressione sui costi che le società devono gestire». Della stessa idea di aggiornare la normativa, pur riconoscendone i meriti, è anche Matteo Rovere: «Il limite di accesso nei contributi selettivi a 4 milioni per i film è ormai superato, quindi alcune cose andrebbero aggiornate. Nel concreto, ci starebbe una riflessione comune fra le parti per trovare equilibri che consentano anche di avere diversi livelli di paghe rispetto alla tipologia dei film che si producono». Per Raffaella Leone c’è da intervenire sulla sala in modo da sostenerla il più possibile come sta facendo il Governo in carica e come hanno fatto quelli precedenti. «Ci deve essere un adeguamento delle sale a parametri europei perché molte delle nostre sale necessitano di restyling. E, ovviamente, fare prodotti più adatti alla sala, che è diversa dalla televisione. Ecco perché bisogna creare una maggior differenziazione tra questi due settori produttivi». Di compensi e costi variabili più in linea col mercato parla, invece, Giampaolo Letta, che auspica l’introduzione di bonus: «Dato un compenso fisso base da cui partire, prevederne uno variabile in funzione del successo o meno di un film. Mi riferisco soprattutto alla parte artistica, quindi registi, sceneggiatori, attori e attrici. È inoltre necessario prevedere un meccanismo di incentivi fiscali alla produzione privilegiato per i film destinati alle sale e prorogare il tax credit distribuzione rafforzato fino a quando il mercato avrà recuperato il livello di spettatori dei periodi pre-pandemia come già avvenuto in altri Paesi europei». Per Davide Novelli viviamo in un mondo molto più complesso di una volta, dove il pubblico è cresciuto ma in maniera assai segmentata. «Per me bisogna intervenire a monte, migliorando la nostra conoscenza di un mercato e di spettatori che stanno cambiando. La produzione, invece, tende a seguire ciò che funziona, finché non si rimane col cerino in mano, dimenticandosi nel frattempo di target che, non essendo stuzzicati da un po’, sono affamati di prodotto e potrebbero far performare molto bene un film». Conclude Alessandro Usai, con la convinzione che prima o poi il trend si aggiusterà da solo. «Prima o poi i risultati torneranno a essere l’elemento discriminante. In un’economia di mercato è solo quella la chiave». E fa un esempio: «Se costruisci un hotel che costa 50 milioni di euro, ma che rimane inutilizzato, a un certo punto qualcuno si chiederà: “che senso ha spendere tutti quei soldi per degli hotel in cui non va nessuno”?».

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