Cinema United ha portato lo scontro sull’accordo Netflix–Warner Bros direttamente al Senato degli Stati Uniti, chiedendo ai legislatori che si occupano di antitrust di valutare l’operazione come un rischio immediato per l’esercizio cinematografico e per l’economia del settore. Nella testimonianza scritta inviata alla sottocommissione competente, l’associazione degli esercenti avverte che l’acquisizione, se approvata, avrebbe effetti «economicamente e culturalmente catastrofici».
Nel merito, Cinema United sostiene che l’eventuale ingresso di Warner Bros nell’orbita Netflix comprimerebbe ulteriormente le condizioni già fragili delle sale: «Se Netflix riuscisse ad acquisire Warner Bros., i risultati sarebbero economicamente e culturalmente catastrofici: meno cinema, finestre più brevi, meno ricavi, meno posti di lavoro nell’industria dell’intrattenimento nazionale e globale e meno film per i consumatori da vedere nelle sale cinematografiche». Il testo fa parte di una testimonianza di sei pagine presentata martedì alla Senate Judiciary Subcommittee on Antitrust, Competition Policy & Consumer Rights, e resa pubblica dall’organizzazione.
Il punto chiave è la concentrazione di controllo su produzione e distribuzione. Per Cinema United, una fusione di questo tipo finirebbe per spostare ulteriore potere decisionale verso un singolo attore globale dello streaming in un mercato che, a loro giudizio, è già troppo concentrato: «Siamo profondamente preoccupati che questa acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix avrà un impatto negativo diretto e irreversibile sui cinema di tutto il mondo. Una simile acquisizione consoliderebbe ulteriormente il controllo sulla produzione e sulla distribuzione dei film nelle mani di un’unica piattaforma di streaming globale dominante in un mercato già altamente concentrato. L’impatto non sarà avvertito solo dai proprietari di sale, ma dai fan del cinema e dalle attività commerciali circostanti in comunità di ogni dimensione».
Sul tavolo resta anche la questione della finestra di esclusiva in sala. Durante le audizioni, il co-CEO di Netflix Ted Sarandos ha detto ai legislatori, agli atti, che la piattaforma punterebbe a circa 45 giorni di esclusiva cinematografica per i film. Ma l’associazione e diverse fonti dell’industria mettono in dubbio cosa implichi davvero quel numero, perché nel lessico della distribuzione una “finestra a 45 giorni” viene spesso intesa come passaggio al PVOD o alla vendita digitale (sell-through), non come arrivo in streaming; quest’ultimo, in genere, scatta più tardi.
Cinema United, però, precisa che la propria contrarietà non dipende solo dal nome del potenziale acquirente. Anche un diverso compratore, a loro avviso, produrrebbe effetti simili, e l’associazione cita esplicitamente l’ipotesi Paramount: «Se Paramount o un altro grande studio finisse per sostituire Netflix come acquirente, le nostre preoccupazioni non sarebbero meno serie». E aggiunge un riferimento diretto al peso sul mercato: «Una combinazione di Paramount e Warner Bros., per esempio, consoliderebbe fino al 40% del box office domestico di ogni anno nelle mani di un singolo studio dominante». Su queste preoccupazioni si è espresso anche David Ellison, tramite un’inserzione sul Sole 24 Ore rivolta a creatori e fan italiani.
L’argomento, per gli esercenti, è industriale prima ancora che simbolico: la tenuta del box office dipende da un flusso costante di titoli e da una pipeline “robusta” che alimenti la programmazione, e il consolidamento rischia di restringere la quantità di film destinati davvero alle uscite theatrical. «La chiave per un’industria di successo complessivamente è avere una pipeline di prodotti diversificata, solida e costante che risponda alla domanda dei consumatori», scrive l’organizzazione. La ripresa verso i volumi pre-2019, viene sostenuto, è in corso ma non è ancora al sicuro: «Il numero di film prodotti per l’esercizio in sala sta lentamente tornando ai livelli pre-2019. Tuttavia, quella crescita è minacciata da un’ulteriore consolidamento. Nel migliore dei casi, un’acquisizione di Warner Bros arresterà la crescita che abbiamo visto negli ultimi quattro anni. Più realisticamente, però, porterà a una riduzione significativa delle uscite in sala».
In chiusura, Cinema United richiama «le lezioni del passato», collegando le fusioni a un calo di produzione e offerta in sala, e lega questa previsione alla linea che Netflix avrebbe espresso negli anni verso l’esperienza theatrical: «Dobbiamo fare tesoro delle lezioni del passato: un’ulteriore consolidamento del settore ha costantemente portato a meno film prodotti, e non c’è alcuna ragione per credere che l’esito qui sarebbe diverso, in particolare considerando le opinioni dichiarate da Netflix sulle sale cinematografiche nell’ultimo decennio e oltre». L’associazione rappresenta più di 31.000 schermi negli Stati Uniti e oltre 30.000 schermi aggiuntivi in 80 paesi nel mondo, e con questa testimonianza prova a spostare il confronto sul terreno decisivo della regolazione antitrust.
Fonte: Cinema United
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