Dopo giorni di tensioni, distinguo e prese di posizione anche molto dure, il cinema italiano prova a ritrovare una linea comune. Il dibattito sul possibile boicottaggio dei David di Donatello, esploso alla vigilia della cerimonia del 6 maggio come punto più visibile della crisi che attraversa il settore, lascia ora spazio a un tentativo di ricomposizione. È questo il segnale che emerge dal comunicato diffuso dal Coordinamento Autori e Autrici, che riunisce 100autori, ACMF, AIDAC, AIR3, ANAC e WGI, dopo l’assemblea di martedì 21 aprile al Teatro Argentina di Roma. Se fino a ieri il confronto interno sembrava concentrato soprattutto sulla possibilità di disertare l’evento simbolo del cinema italiano, oggi il baricentro si sposta su una mobilitazione unitaria che punta a usare proprio i David come cassa di risonanza della protesta.
Il documento racconta infatti un’assemblea vissuta come un passaggio decisivo per una filiera che sente di trovarsi davanti a una crisi non episodica ma strutturale. Il Coordinamento parla di un momento storico in cui autori, attori, tecnici e maestranze hanno espresso «la chiara volontà di superare le divisioni» per rispondere a una situazione segnata da «pesanti tagli ai fondi ministeriali» e dalla «cronica mancanza di tutele sociali dei lavoratori».
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del presidente del Teatro di Roma Francesco Siciliano, è stato Stefano Rulli per 100autori, che ha ribadito la necessità di serrare i ranghi. Nel comunicato si ricorda come il governo abbia «dimezzato i fondi selettivi per il cinema italiano» e «più che raddoppiato il tax credit per i film esteri», due elementi indicati come emblematici di una politica percepita come squilibrata. In questo quadro viene richiamata anche la lettera aperta «Non c’è Italia senza cinema. Patrioti ma di quale patria?», che avrebbe raccolto l’adesione di oltre seimila professionisti e segnato un punto di svolta nella mobilitazione.
Il testo insiste molto sulla dimensione collettiva della protesta, e non a caso riporta un lungo elenco di interventi che attraversano diversi mestieri e rappresentanze: dagli autori ai compositori, dai registi ai sindacati, fino ad attori, montatori, direttori della fotografia, scenografi e lavoratori di Cinecittà. L’assemblea, si legge, ha messo in luce «un settore in crisi ma compatto», chiamato a confrontarsi con nodi che vanno dalla precarietà economica alla trasparenza nell’assegnazione dei fondi, dalla difesa dell’eccezione culturale alla riforma delle commissioni, fino alla richiesta di «un welfare che garantisca certezze a lavoratori e lavoratrici».
Nelle conclusioni dell’assemblea viene infatti tracciata la linea in vista dei David di Donatello, appuntamento ormai individuato come snodo centrale del confronto con il governo. Il Coordinamento annuncia che si lavorerà a «un appello unitario da leggere al Quirinale» e che, durante la diretta televisiva della cerimonia, ci si propone di attuare una «disseminazione militante», invitando i vincitori a farsi portatori di «una parola d’ordine comune». È qui che il comunicato chiarisce implicitamente anche la propria risposta al tema del boicottaggio: non l’uscita di scena, ma l’occupazione simbolica dello spazio pubblico garantito dai David. Il messaggio che si vuole far arrivare al Paese viene riassunto in due frasi che il Coordinamento considera decisive: «Il nostro è un lavoro che ha bisogno di diritti e tutele» e «Il nostro lavoro crea opere che stanno alla base dell’immaginario collettivo del Paese, dal quale dipende la sua tenuta sociale e democratica».
Dopo le divisioni emerse attorno all’ipotesi di disertare i David, il comunicato prova dunque a rimettere il focus su una piattaforma comune. La frattura interna non scompare, ma viene messa in secondo piano da una scelta strategica precisa: fare fronte comune, tenere alta la pressione e usare il momento di massima visibilità del cinema italiano per ribadire che la battaglia in corso riguarda il lavoro, le tutele e il futuro stesso dell’audiovisivo nazionale. La chiusa del documento, del resto, riassume perfettamente questa impostazione: «Il cinema italiano è unito e non si ferma, perché non c’è Italia senza Cinema».
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