Nel dibattito sulla trasformazione dell’industria audiovisiva italiana, ci sono progetti che riescono a farsi notare non soltanto per il loro valore artistico, ma anche per il modello produttivo che provano a introdurre. È il caso di CARNE, il nuovo cortometraggio diretto da Laura Plebani, che si presenta come un horror dedicato al tema della maternità e della solitudine post-partum, ma che oggi richiama l’attenzione soprattutto per una scelta concreta e ancora inedita nel nostro Paese: l’organizzazione di un set con un servizio di assistenza all’infanzia dedicato ai figli di cast e troupe.
Il film, girato a Milano, nasce infatti anche come esperimento produttivo pensato per rendere il lavoro sul set più accessibile a chi è genitore. La produzione ha messo a disposizione un servizio di child care costruito sulle esigenze delle persone coinvolte, con l’obiettivo di permettere a professioniste e professionisti del settore di conciliare lavoro e famiglia. Un intervento che, nelle intenzioni del progetto, non ha un valore simbolico ma pratico: dimostrare che un protocollo di supporto all’infanzia sui set non solo è necessario, ma anche realizzabile.
A sottolinearlo è anche la produttrice Giada Mazzoleni, che nel comunicato spiega come CARNE sia nato «non solo da differenti modi di vivere la maternità», ma anche dalla necessità, condivisa da madri e padri, di lavorare in un contesto inclusivo, in cui l’azienda e i professionisti non allontanino i genitori dal lavoro, ma li sostengano con servizi capaci di tenere conto della complessità della conciliazione tra sforzo creativo e urgenze sociali. Poco prima dell’inizio delle riprese, cast e troupe sono stati interpellati per capire l’eventuale bisogno di servizi all’infanzia e, nelle cinque giornate di set, sono arrivate nove richieste di accoglienza, con fasce orarie e necessità differenti. Una macchina organizzativa parallela ha così riguardato la ricerca di nursery e spazi gioco, il craft service e lunch box dedicati, oltre al personale specializzato, con il supporto dell’ente patrocinante UMAP e di Linea MammaBaby® e Bèbeboom®.

L’iniziativa si inserisce dentro un contesto più ampio, segnato da una presenza femminile nella regia ancora fortemente ridotta. Secondo i dati più recenti, in Italia le registe sono soltanto il 20%, contro una media europea del 25%. Il dato appare ancora più significativo se confrontato con il percorso di formazione e carriera: le donne diplomate alle scuole di cinema in Europa sono il 50%, ma quelle che esordiscono alla regia di un lungometraggio scendono al 24%, mentre quelle che arrivano a dirigere un terzo film si fermano al 15%. Tra le cause indicate c’è anche il peso della maternità e del carico di cura, che continua a incidere in modo decisivo sulla permanenza delle donne nel settore.
Per questo, CARNE prova a trasformare un tema spesso affrontato solo a livello teorico in una pratica produttiva concreta. Non è secondario, poi, che il contenuto del film dialoghi direttamente con questa impostazione: la storia segue Claudia, interpretata da Matilda Lutz, madre di un bambino in fase di svezzamento, alle prese con difficoltà quotidiane, isolamento e senso di inadeguatezza. Accanto a lei ci sono Angela Finocchiaro, Alessandra Ingoglia e Maria Teresa Galati, con la partecipazione dell’ostetrica Alessandra Bellasio. Prodotto da Giada Mazzoleni in collaborazione con Paguro Film (UK), Red Sled Films e 341 Production, CARNE lancia così un segnale preciso all’industria: avere figli e continuare a lavorare nel cinema non dovrebbe essere un’eccezione da difendere, ma una possibilità normale da rendere finalmente praticabile.
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