Enrico Lucherini se n’è andato proprio nel momento in cui la sua lunga, fervida ma sempre autoironica lezione era tornata ad essere la più importante per un vero rilancio del nostro cinema di oggi: popolarizzarlo, sceneggiare le sue notizie, immettendovi massicce dosi di fantasia ed inventiva. In una parola, trasformandolo da un corpus ormai spesso estraneo alle dolenti vite dei suoi potenziali spettatori in un – diciamolo pure – fotoromanzo a puntate, in cui le attrici cadono nelle fontane davanti ai fotografi, i capelli si incendiano sul set, attori vengono fatti sedere ad un gala teatrale accanto alle proprie ex fiamme, regolarmente accompagnate da un nuovo amante… e via dicendo. All’infinito. Trovate, espedienti, a volte trombonate che riuscivano perfettamente proprio perché erano innocue, divertendo i lettori/spettatori e inducendoli ad amare il mondo di fantasia cui si riferivano. Uno star-system che si è lasciato morire d’inedia, sgombrando il campo ad altri, dagli attori americani ai campioni sportivi.
Se Enrico fosse ancora in piena attività, diciamo 15-20 anni fa, avrei scommesso che dietro i messaggi vocali di Raoul Bova misteriosamente trafugati c’era lui che doveva promuovere un film con il divo romano. Come accadde nel ‘68 per il lancio di Florinda Bolkan, nell’ormai celebre bacio a Venezia durante un ballo tra l’aspirante star brasiliana e Richard Burton, allora marito di Liz Taylor, che però “era ricoverata per un detox in clinica per aver mangiato un fagiolo in più” (parole di Enrico, pronunciate con una punta di fierezza). Il film nel quale la Bolkan era il nome all’epoca più debole è a tutt’oggi un mito della storia del nostro cinema, anche grazie alla straordinaria colonna sonora di Morricone, ovvero Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi, il re degli intellettuali meridionali amicissimo di Enrico, come il milanese Luchino Visconti, per aver compreso che il modo per familiarizzare col pubblico era quello di rendere le star simili ad esso, salvo poi renderle irraggiungibili con altrettante trovate.
“Sophia Loren, reduce dall’Oscar per La ciociara, sta per sbarcare a Cannes con 32 cappelli diversi, ci dice Lucherini”, annunciava il cronista del TG1 Carlo Mazzarella (l’alter ego di Lello Bersani), salvo poi sentirsi rispondere da Sophia “Io con 32 cappelli? Guagliò, e che ci faccio? Mi sa che questa cosa te l’ha detta Lucherini…”. C’era una filosofia di fondo? Forse. Ma era l’improntitudine a fare di Enrico l’amico ideale, quello che ti raccontava i retroscena con la trasparenza di un bicchier d’acqua, che aveva sempre una carta vincente nascosta nella manica, incosciente fino alla risata liberatoria perché tutto alla fine era andato bene. Enrico Lucherini era il foolish del nostro cinema, un Joker che viveva di leggerezza con improvvise crisi di profondità, divertito (ma anche implacabile) con chi tentava di danneggiarlo, eppure capace, mentre chi scrive intervistava la coppia Loren-Cruz per il musical Nine, di esortarmi a farmi dire dalla Loren che assomigliavo a Visconti – cosa che, infatti, lei mi disse – per mandarla in onda insieme al servizio sul film. Incapace di tacere? Dominato dall’ansia giornalistica di non tenere a bada i segreti? Mai più! Alla fine degli anni ‘90, d’accordo con la direzione di un importante mensile Mondadori, ero quasi riuscito a fargli firmare un contratto per un libro intervista dal titolo L’uomo che sapeva troppo, in ballo un buon compenso per quello che sarebbe stato il terzo libro della trilogia C’era questo c’era quello, quando ci ripensò dicendomi “scusami ma io poi devo continuare a vivere qui”. Teneva quindi a mente la lezione impartita dagli amici dell’alta società newyorchese a Truman Capote per il suo libro Preghiere esaudite, in cui il grande scrittore aveva aperto i cassetti segreti per il puro gusto di farlo, finendo per consumarsi nel rimpianto.
Si è ritirato prima che il suo mestiere, mal sostituito dall’iperattività delle news sul web, lo costringesse a farlo. Atto di rara autodiscrezione. Parlavo all’inizio della lezione di Enrico, che può riassumersi così: per essere lette, non dico credute, le notizie del cinema devono avere un’anima. Ed Enrico ce ne metteva anche più d’una in ciascuna di esse, al punto che il daily della Mostra del Cinema vantava la sua rubrica “L’Iperbole”, che in breve era diventata il fiore all’occhiello del foglio distribuito alla Mostra ogni mattina e che rimbalzava fino alle cene di gala di fine proiezione. L’ultima intuizione mascherata da fallimento me la rivelò parlandomi di Carlo Vanzina nel docufilm che ho dedicato al regista di Vacanze di natale nel 2019, prodotto da Medusa: «Avevo insistito per realizzare un instant movie intitolato prima Figli delle stelle, la canzone del momento, poi ribattezzato Tu sei l’unica donna per me. Un disastro ferroviario: nessun incasso in entrambe le versioni. Sorrenti era ingestibile ma i brani erano ovunque, dalla radio in discoteca, e invece niente», mi disse scuotendo la testa. Ebbene, sono felice, Enrico, che hai fatto in tempo a vedere che a distanza di 45 anni da quel film, Figli delle stelle è di nuovo ovunque come brano-simbolo della più grande azienda di telefonia di questo Paese. Centravi l’obiettivo anche quando lo mancavi, vecchio amico, per questo oggi ti chiamano genio mentre sorridi per sempre dietro ai tuoi occhiali.
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Enrico Lucherini (© Getty Images)




