Berlinale in crisi: il ministro convoca i vertici

Dopo le polemiche politiche dell’ultima edizione, si terrà un incontro d’emergenza al Ministero della Cultura: sul tavolo la linea del festival e la continuità della direttrice Tricia Tuttle

berlinaleCr. Arturo Holmes/Getty Images

La Berlinale si ritrova al centro di una fase delicata, in cui le scelte artistiche e il clima delle conferenze stampa finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con la pressione istituzionale e con un dibattito pubblico sempre più polarizzato. Dopo un’edizione che ha generato giorni di tensione mediatica e richieste esplicite di “presa di posizione” rivolte a diversi protagonisti, il festival di Berlino è ora chiamato a misurarsi con le conseguenze di una controversia che, stando a quanto riportato dalla stampa tedesca, ha già innescato una gestione di crisi a livello governativo.

Secondo quanto riferisce il quotidiano Bild, il ministro della Cultura Wolfram Weimer ha convocato per giovedì 26 febbraio 2026 un incontro con i responsabili della Berlinale per valutare la situazione e discutere anche della continuità della direttrice del festival, Tricia Tuttle. Il punto, sempre secondo il rotativo, è tutt’altro che secondario: sebbene Tuttle sia soltanto al secondo anno di un mandato previsto in cinque, l’articolo sostiene che la sua posizione potrebbe essere in bilico e arriva a ipotizzare persino l’eventualità di una rimozione immediata.

Se questa ricostruzione trovasse conferma, si tratterebbe di un passaggio istituzionale significativo, capace di amplificare ulteriormente la percezione di una Berlinale che continua a essere uno dei festival più politicamente consapevoli e “esposti” del circuito internazionale. A rendere il quadro ancora più sensibile contribuisce il contesto tedesco, caratterizzato da un impianto normativo particolarmente rigoroso sul tema dell’antisemitismo e del discorso pubblico: un elemento che, in un clima di dichiarazioni e contrapposizioni, aumenta la soglia di attenzione verso ciò che viene detto sul palco e nelle occasioni ufficiali.

L’edizione 2026, del resto, era già sotto osservazione prima della chiusura. Da un lato, sono circolate critiche incrociate per un presunto “mancato posizionamento” politico del presidente di giuria Wim Wenders; dall’altro, sono emerse accuse secondo cui lo stesso festival avrebbe tentato di moderare o limitare alcune espressioni durante le conferenze stampa. Il momento di maggiore tensione sarebbe però arrivato durante la cerimonia di chiusura, quando diversi premiati hanno espresso solidarietà a Palestina e Gaza. In base a varie ricostruzioni citate nel resoconto, il ministro federale dell’Ambiente Carsten Schneider avrebbe lasciato la sala a cerimonia in corso. Tra gli interventi più discussi viene indicato quello del cineasta palestinese Abdallah Al-Khatib, premiato nella sezione Perspectives per Chronicles From the Siege. Nel suo discorso, ha accusato il governo tedesco di «essere complice del genocidio a Gaza da parte di Israele».

L’appuntamento al Ministero, a questo punto, viene presentato come uno snodo decisivo: da lì si capirà se la crisi verrà gestita con aggiustamenti interni e misure di contenimento, oppure se potrà tradursi in conseguenze più profonde, fino a investire la guida stessa del festival. In un panorama in cui i grandi eventi culturali sono sempre più chiamati a confrontarsi con aspettative politiche e reazioni istituzionali, la Berlinale si trova ora davanti a una prova che va oltre il programma e i premi, e che rischia di pesare sulla sua identità e sulle sue scelte future.

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