Alessandro Usai sui decreti chiusura tax credit: «Il problema è la norma»

Per il presidente di ANICA, senza una proroga dell’attuale normativa si va verso il blocco quasi totale della produzione audiovisiva
usai tax credit

La pubblicazione dei decreti direttoriali che fissano la chiusura delle finestre per la presentazione delle domande di tax credit cinema ha segnato un passaggio formale atteso da settimane dal settore audiovisivo. Con i provvedimenti firmati dalla Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, è stato stabilito che le richieste per i crediti d’imposta destinati a produzione, produzione esecutiva, post-produzione e industrie tecniche potranno essere inviate fino alle 23:59 del 31 dicembre 2025. Un atto amministrativo che chiarisce tempi e modalità operative, ma che, secondo le associazioni di categoria, non esaurisce affatto le criticità aperte sul futuro del sistema.

A sottolinearlo è Alessandro Usai, presidente di ANICA, che invita a distinguere nettamente tra il contenuto dei decreti e il quadro normativo più ampio in cui questi si inseriscono. «Era una cosa che in qualche modo era stata preannunciata, quindi non è stata una sorpresa. E non è quello il problema», spiega a Box Office. La chiusura delle finestre, infatti, viene letta come un passaggio dovuto, legato alla prospettiva – definita «molto probabile» – dell’entrata in vigore dal primo gennaio 2026 del cosiddetto divieto di splafonamento. «Quel decreto direttoriale era necessario per ottemperare all’eventualità che dal primo gennaio 2026 entri in vigore il divieto di splafonamento. Quello è quindi un atto amministrativo preventivo e dovuto. Il problema non è lì, il problema è nella norma» specifica.

Il nodo centrale, secondo Usai, è rappresentato dalla tempistica e dall’impatto delle modifiche annunciate al sistema del credito d’imposta. «Le norme sul credito d’imposta non possono essere cambiate con un mese di preavviso», osserva, ricordando come la definizione di nuove regole richieda tempi lunghi non solo per la loro elaborazione, ma soprattutto per la loro effettiva applicazione: «Per fare norme nuove ci vorrà come minimo un anno prima che diventino operative». In questo arco temporale, avverte, il rischio concreto è un blocco quasi totale della produzione audiovisiva – crisi della quale lo stesso Usai ha già parlato quando sono stati annunciati i tagli al Fondo Cinema.

Il combinato disposto tra divieto di splafonamento, aliquote attuali e una dotazione del fondo giudicata insufficiente renderebbe di fatto praticabile una sola soluzione: il click day. Uno scenario che Usai definisce impraticabile per un settore industriale: «Chi è che va a progettare un film o una serie tv dicendo: poi vediamo se vinco il click day, lo faccio, altrimenti no?», si chiede, evidenziando l’impossibilità di pianificare produzioni, ingaggiare cast e troupe in un contesto di totale incertezza.

Da qui la richiesta di una proroga dell’attuale normativa, considerata l’unica via per evitare il vuoto: «Se venisse accolta la nostra richiesta, cioè lo slittamento e la proroga dell’attuale normativa per un anno o comunque per un periodo sufficiente ad adeguare le norme, la finestra può riaprirsi in qualsiasi momento e si può procedere con i progetti già avviati». In caso contrario, lo scenario prospettato è drastico: «Dire oggi che il credito d’imposta dal primo gennaio entra in una fase di incertezza totale comporta il blocco totale di tutto».

Le conseguenze, secondo Usai, colpirebbero trasversalmente l’intero comparto, con effetti immediati sull’occupazione, in particolare per maestranze e troupe. E ci sarebbe anche un altro rischio, già percepibile: la fuga delle produzioni all’estero. «I pochi che potranno salvarsi saranno i progetti più grossi, più strutturati, che andranno via dall’Italia», avverte, ricordando come altri Paesi europei (dalla Spagna alla Germania) offrano condizioni fiscali più competitive. Un elemento che rende ancora più urgente, per il settore, una risposta chiara su ciò che accadrà dopo il 31 dicembre.

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