Alessandro Usai (Anica) sul taglio ai fondi: «Il cinema va verso crisi certa»

In un'intervista al Sole 24 Ore, il presidente dell'associazione nazionale della filiera si unisce alle preoccupazioni degli esercenti per la sforbiciata al comparto prevista nella Manovra
usai (anica) sul taglio cinema

Il mondo del cinema italiano si compatta contro i tagli previsti nella prossima Legge di Bilancio. Dopo la dura presa di posizione delle principali associazioni dell’esercizio cinematografico — ANEC, ACEC, FICE e AGIS — che in un comunicato congiunto hanno denunciato come la riduzione del Fondo Cinema e Audiovisivo metta «a rischio migliaia di lavoratori e la sopravvivenza delle sale», si unisce ora anche la voce del presidente di Anica, Alessandro Usai, che in un’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore (21 ottobre 2025, a firma di Andrea Biondi) parla apertamente di «crisi certa» per il settore se le misure in Manovra venissero confermate.

L’intervento del presidente Anica arriva in un momento di crescente allarme per la filiera audiovisiva. Le anticipazioni sulla bozza della Manovra 2026 indicano un taglio di 190 milioni di euro al Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo nel 2026, che salirebbe a 240 milioni dal 2027, oltre allo stop allo “splafonamento” sugli anni successivi. Una manovra che, secondo gli operatori, rischia di compromettere l’intero sistema costruito negli ultimi anni attorno al tax credit e agli incentivi per la produzione nazionale ed estera.

«Prepariamoci perché, se confermate, con queste misure in Manovra il mondo del cinema e dell’audiovisivo in Italia si avvia a crisi certa. Sono a rischio decine di migliaia di posti di lavoro – ha dichiarato Usai – Con le altre associazioni stiamo ora chiedendo un incontro urgente al Governo. Partire con i tagli da gennaio 2026 farà scappare i produttori esteri e metterà in difficoltà insostenibili i produttori italiani. Una filiera industriale che è cresciuta molto e che per anni ha creato occupazione e introiti per lo Stato ora rischia il crollo».

Usai ha ricordato che il credito d’imposta per il cinema e l’audiovisivo «non è il Superbonus 110%». Lo Stato, spiega, «copre al massimo il 35% o il 40% dei costi, con un’aliquota media del 32%. Questo significa che a fronte di 1,4 miliardi di credito pubblico, ci sono 4,3 miliardi di risorse private investite. Quel 68% mancante. In totale, quindi, si parla di 5,7 miliardi di produzione audiovisiva tracciata, tassata. È un moltiplicatore economico, non una spesa a fondo perduto».

Il presidente dell’Anica sottolinea anche come «Paesi come Francia, Germania, Spagna e Inghilterra hanno introdotto sistemi analoghi, in certi casi ispirati a quello italiano», ricordando che la Germania lo ha dichiarato pubblicamente: «Se il nostro sistema fosse così dannoso, verrebbe imitato da economie leader?». Usai osserva inoltre che «da quando c’è il credito d’imposta, la quantità e la qualità di produzioni venute a girare in Italia è cresciuta in maniera significativa», evitando la delocalizzazione delle produzioni italiane e generando economia e occupazione.

Sul fronte occupazionale, Usai al Sole 24 Ore ha voluto chiarire i dati diffusi in precedenza: «È circolato un dato da cui si desumeva che l’occupazione fosse calata del 90% nel 2024. Il dato esatto è 15.128 nel 2024 contro 18.426 nel 2023. Il Cnel ci ha comunicato che l’Inps aveva trasmesso un dato che non considerava una particolare categoria di lavoratori dello spettacolo. Quindi c’è un -18%. Non trascurabile, ma non quel 90% che invece ora rischia di diventare realtà».

Infine, Usai richiama uno studio della Cassa Depositi e Prestiti secondo cui «ogni euro investito in audiovisivo genera 3,54 euro di ricaduta economica complessiva». Un valore che tiene conto non solo dell’occupazione diretta, ma anche degli effetti sull’indotto, sul turismo e sulla promozione del territorio. «Il nostro Paese è un set a cielo aperto dove abbiamo creato in questi anni professionalità e maestranze che altri Paesi non hanno. E per far questo ci vogliono decenni», ha concluso.

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