Di seguito un estratto dell’intervento di Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, pubblicata sul numero speciale di Box Office del 15-30 gennaio (n. 1-2), realizzato in occasione dei 25 anni della rivista. Per leggere il testo integrale, scaricare la versione digitale dall’app di Box Office su Google Play e App Store, o abbonarsi direttamente alla versione cartacea della rivista.
«Una categoria che non ha mai fatto venir meno il suo contributo pessimistico è quella degli apocalittici», scrive su Box Office Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «Come per il cinema, anche per i festival numerosi critici ne hanno predetto – se non la fine imminente – almeno l’inutilità a seguito delle imponenti trasformazioni nel mercato della comunicazione globale e del crescente predominio dell’universo digitale a danno dei comparti tradizionali. I colpi inferti al sistema dal prolungato lockdown imposto dalla perdurante pandemia, sembrerebbe aver fornito nuove cartucce ai nostalgici dei bei tempi andati. Il forzato trasferimento online di molte manifestazioni cinematografiche o, quanto meno, di una parte delle loro molteplici attività, sembrerebbe confermare l’impressione che si sia imboccata una strada senza ritorno, destinata a modificare talmente in profondità la natura stessa degli eventi da doverne cambiare persino la definizione. L’orizzonte generale, a mio parere, è assai meno negativo e merita una riflessione più articolata che tenga conto delle sue numerose e contraddittorie componenti.

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Inevitabile partire dalla valutazione degli effetti generati dalle diverse scelte obbligate compiute dai festival: Cannes ha dovuto cancellare l’edizione 2020 e spostare a luglio quella dell’anno successivo; Berlino ha rinunciato al festival e al mercato del cinema europeo del 2021, offrendo a luglio una parte dei film della selezione ufficiale in proiezioni all’aperto riservate al pubblico metropolitano; Toronto è stata costretta a due edizioni ibride consecutive, dove l’online ha prevalso sulla dimensione fisica; Telluride non si è tenuto nel 2020, e così anche Busan e Locarno. Solo Venezia, favorita dal calendario, ha potuto realizzare le due ultime edizioni in presenza, pur se costretta ad alcune limitazioni imposte dai protocolli sanitari. La maggior parte delle altre manifestazioni è stata semplicemente cancellata, o costretta a trasferire le proprie attività su piattaforme digitali preesistenti o autogestite. Gli esiti di questa riorganizzazione da tempi di guerra si possono riassumere in poche, sintetiche considerazioni. In generale, i festival hanno visto crescere considerevolmente il numero dei propri fruitori online, ma all’aumento degli spettatori non è corrisposto un analogo incremento della partecipazione di operatori professionali (produttori, distributori, sales agents, compratori, esercenti), molti dei quali hanno inoltre lamentato una minor efficacia operativa in assenza di una presenza fisica e di trattative de visu. Ma l’effetto più vistoso e macroscopicamente rilevante è stata la misurazione dell’efficacia promozionale della presentazione di un film inedito a seconda che questa sia avvenuta con modalità tradizionali o affidata alle risorse di un festival virtuale. Il confronto è schiacciante, e rende ragione ai sostenitori della tesi secondo cui soltanto gli eventi in presenza, con il corollario di rituali tipici (tappeto rosso, conferenze stampa, photo e Tv call, interviste one-to-one e di gruppo), sono in grado di offrire quell’effetto moltiplicatore dell’efficacia comunicativa cui aspira legittimamente ogni produttore che decide di promuovere il proprio film attraverso i canali festivalieri.

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Le conseguenze di tutto ciò mi sembrano assai chiare: la mia impressione è che si vada velocemente verso un sistema a doppio binario. Quello principale sarà rappresentato dai festival in grado di offrire una crescente efficacia promozionale (di mercato e culturale in senso lato), mentre le sempre più numerose manifestazioni minori – che vedranno probabilmente incrementate le proprie attività virtuali anche a pandemia risolta – andranno a infoltire quella sorta di circuito alternativo di fruizione dei film destinato ad affiancare i circuiti maggiori rappresentati dalle sale tradizionali e dagli streamers. A cascata, ne conseguono una serie di valutazioni tra le quali mi limiterò a indicare le principali. Sarebbe, per esempio, un errore sottovalutare la portata complessiva dell’azione svolta dai festival che per pura comodità abbiamo definito ‘minori’ (lo sono solamente rispetto al loro impatto mediatico). Al contrario, la loro funzione è tutt’altro che superflua o inutile, per almeno due ragioni: la prima, forse meno rilevante, ha a che fare con il ritorno economico che queste manifestazioni sono in grado di garantire ai legittimi detentori dei diritti. È noto infatti, che in molti casi i festival sono disposti e/o costretti a pagare una quota di noleggio come se si trattasse di una normale proiezione commerciale, a vantaggio delle produzioni indipendenti che hanno una crescente difficoltà a trovare uscite nei circuiti tradizionali. Ben più rilevante, invece, la funzione culturale e formativa esercitata dai festival (erano 1.800 una ventina d’anni fa, secondo la stima di Variety, ora sono molti di più), che contribuiscono a mantenere vivo il rapporto con il pubblico e a stimolarne la curiosità nei confronti di una forma di espressione da tempo sottoposta alla pesante concorrenza di altre forme di intrattenimento, coinvolgendolo in un’esperienza collettiva di cui ha perso l’abitudine. Questa funzione risulta tanto più significativa se si pensa che la formazione del pubblico – a partire da quello giovanile – costituisce uno dei principali strumenti da perseguire per garantire continuità e futuro al cinema. Poiché non sono le scuole a offrire l’indispensabile servizio di educazione al linguaggio audiovisivo (nonostante i ripetuti appelli in tal senso), tocca ai festival, alle cineteche e all’associazionismo alimentare un circuito virtuoso che dall’educazione all’immagine conduce alla fruizione continuativa e abitudinaria di cui il cinema ha assolutamente bisogno. Resta da chiedersi quale sia il futuro per…
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