Ottant’anni come la Repubblica italiana, e come la stessa attraversati da trasformazioni profonde, passaggi storici, crisi, ripartenze e nuove identità. I Nastri d’Argento arrivano nel 2026 a un anniversario simbolico che non riguarda soltanto la longevità di un premio, ma il suo ruolo dentro la storia del cinema italiano: nato nel dopoguerra, cresciuto insieme al Neorealismo, alla commedia all’italiana, agli autori, ai mestieri e alle molte stagioni dell’industria, il riconoscimento assegnato dai Giornalisti Cinematografici Italiani si presenta oggi come un osservatorio sempre più ampio sull’audiovisivo.
L’edizione 2026 conferma questa traiettoria su più piani: da un lato i Nastri ‘Argento per il cinema, con le nomination annunciate il 29 maggio e la premiazione fissata il 24 giugno al Teatro Argentina di Roma; dall’altro i Nastri d’Argento Grandi Serie, progetto speciale dedicato alla serialità, giunto alla sesta edizione nella serata conclusiva del 6 giugno a Napoli. A completare il quadro ci sono documentari, cortometraggi, attenzione al cinema civile da qualche anno anche con il ‘Nastro della Legalità’ e un dialogo sempre più stretto con le professioni e con le nuove forme del mercato.
Ne abbiamo parlato con Laura Delli Colli, Presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) e dei Nastri d’Argento per rileggere gli 80 anni di un Premio molto amato e capire, soprattutto, che cosa i Nastri raccontano oggi del cinema italiano, della sala, della serialità e dell’industria.
Quest’anno per i Nastri d’Argento è un’edizione importante: 80 anni. Che effetto fa arrivare a questo anniversario?
Fa effetto, certo, perché rappresenta un traguardo importante non solo per la storia del giornalismo nel cinema o per la sua longevità…Pensare che condividiamo questi 80 anni insieme alla Repubblica ci dà un’emozione in più e se si pensa a come tutto è nato la nostra storia oggi ha qualcosa di eroico: una piccola avventura nel mondo del cinema ma anche del giornalismo più ‘militante’. Il Sindacato – Gruppo di specializzazione della Federazione Nazionale della Stampa- è stato forse il primo gruppo che si è formato nel 1946, subito dopo il voto per la Repubblica. Era un gruppo che ruotava intorno al cinema e tra i fondatori c’era anche Michelangelo Antonioni.
In che modo un premio nato con il cinema italiano del dopoguerra oggi può essere uno strumento di lettura dell’industria, oltre che di valorizzazione del cinema italiano?
Basti pensare che due anni fa la Soprintendenza dei Beni Culturali del Lazio ci ha dichiarati archivio storico. Tutto quello che abbiamo costruito per anni si è rivelato davvero un pezzo della storia del cinema italiano. È una storia vista attraverso lo sguardo dei premi, che sono sempre serviti anche a segnalare l’andamento del cinema, i temi, quello che stava accadendo. Non è un caso che siamo partiti con il neorealismo e poi siamo entrati nella commedia all’italiana: è una storia che accompagna molto anche il genere.
I Nastri hanno una lunga storia alle spalle, ma sono anche molto al passo con i tempi e i formati. È ancora possibile parlare di premio cinematografico in senso stretto?
È una bella domanda, perché in effetti il nostro Direttivo Nazionale eletto dai colleghi ogni tre anni – un gruppo di lavoro allargato per le candidature – che lavora sui diversi formati inizia ogni anno dal Documentari un grande a sistemare i risultati di un lavoro capillare cominciando dai Documentari e proseguendo tra i Cortometraggi fino alle nomination delle Serie e finalmente dei film dell’anno. Uno screening minuzioso: per fare un esempio quando ci occupiamo dei documentari, vediamo circa 200 opere e anche di più quando passiamo ai ‘corti’. È uno scouting che passa attraverso le segnalazioni di tutti i Festival specializzati. Nel tempo siamo stati forse tra quelli che hanno valorizzato tutti i formati. Dallo scorso anno abbiamo anche noi una ‘cinquina’ che grazie alla Fice, ma non solo, esce nelle sale. Per i corti guardiamo anche alle scuole, al Centro Sperimentale, alla Volonté, e a quelli che a volte sono saggi di diploma.
Ci sono poi anche le Grandi Serie, ormai una sezione consolidata dei Nastri. Che cosa ha rappresentato per voi questa apertura alla serialità?
Devo dire che siamo stati accolti benissimo dall’industria e soprattutto dai produttori. Non ci aspettavamo una risposta così forte. Questo è il sesto anno, ed è stata un’edizione di grande successo, oltre ogni aspettativa. Siamo stati sicuramente mossi dal fatto che la serialità ha un rapporto molto forte con l’attualità, non solo giornalistica. È spesso uno spaccato di un pezzo d’Italia. Nel caso di Portobello, oltre al tema del clamoroso errore giudiziario e del calvario vissuto da Enzo Tortora, c’è dentro anche molto altro. Premiarla, è un modo per seguire l’evoluzione clamorosa di un autore che ha qualcosa a che fare anche con l’età dei Nastri, ma che ha ringiovanito in modo straordinario la sua poetica e la sua capacità di raccontare, in maniera libera e forte, la storia di un’Italia che per noi è anche memoria.
Si è parlato molto anche del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, da voi premiato con il Nastro della Legalità.
Quando l’abbiamo visto, è stato uno choc. Siamo rimasti tutti folgorati dalla potenza di quelle immagini. A parte la storia di Giulio Regeni e la mobilitazione, tutti noi siamo sempre stati inevitabilmente molto attenti e sensibili al cinema civile, per esempio partecipando a Venezia alla mobilitazione per Alberto Trentini insieme alla famiglia. Il documentario su Regeni ci è sembrato subito potentissimo. Avendo inventato qualche anno fa questa etichetta del Nastro della Legalità, non abbiamo avuto un attimo di esitazione e anzi abbiamo affiancato i Regeni e la loro avvocata anche nella serata che grazie a Fabio Fazio e all’iniziativa di Fandango ha proposto in decine di sale italiane il caso attraverso l’anteprima del documentario con una diretta dal Cinema Anteo di Milano, dove abbiamo consegnato il nostro Premio al regista e agli sceneggiatori e ai genitori di Giulio Regeni
I Nastri hanno spesso saputo intercettare anche trasformazioni interne all’industria tramite, per esempio, l’apertura al casting director come categoria.
Ci sono molte aperture che abbiamo fortemente voluto in questo senso. In effetti per alcune iniziative posso dire che siamo stati dei precursori. Prima di tutto, fin dai primi anni di vita dei Nastri abbiamo incluso le categorie tecniche (dalla fotografia alla scenografia e progressivamente il montaggio, i costumi, il suono etc) per riconoscere il cinema come arte corale e collettiva e valorizzare tutta la filiera creativa, quei professionisti che contribuiscono alla realizzazione di un film e che spesso rappresentano una vera eccellenza riconosciuta in tutto il mondo. Ultimo il casting director: lo abbiamo fatto perché ci è stato chiesto da loro e alla lettera dell’Associazione che li riunisce abbiano risposto in poche ore, addirittura sorprendendoli…È accaduto ormai più di undici anni, questo sarà il dodicesimo La loro era una professione poco riconosciuta: quando ci hanno scritto, non avrebbero immaginato di ricevere una risposta positiva il pomeriggio: la velocità nelle decisioni che prendiamo sicuramente è il segno del nostro modo di decidere e dare delle risposte.
A proposito di cinema italiano, nel 2025 sono arrivati segnali importanti dalla sala e dalla quota nazionale. Quanto di questo risultato è strutturale e quanto invece dipende da singoli titoli-evento capaci di dare una scossa al mercato?
I numeri sono un incoraggiamento quando si vede un picco come quello che abbiamo avuto alla fine dell’anno. Naturalmente si aspetta sempre che, a fine anno, la quota italiana abbia un’impennata, perché arriva la commedia che incassa, come è successo a dicembre o quando il film che, uscendo a Natale, riesce a fare il pieno. La novità dell’ultimo anno è stata che l’Italia è riuscita a recuperare sulla quota. In passato questo non accadeva, o accadeva magari grazie soprattutto ai grandi titoli americani.
Detto questo, il cinema è ancora un oggetto da analizzare molto rispetto alle sale. Spesso non c’è la capacità, da parte di un distributore o prima ancora dell’esercente, di usare anche il successo che arriva da un premio e di usare i premi per far tornare i film in sala. Il premio incuriosisce, soprattutto oggi con i social, se riesce a fare una battaglia forte su un titolo. Quello dovrebbe essere il momento in cui il film riappare da qualche parte. A volte un piccolo film riesce ad avere un successo sorprendente. Parlando di cinema italiano, l’exploit di Le città di pianura forse la dice lunga anche su un certo tipo di previsioni che si fanno sui film e che poi non corrispondono alla realtà.
Il giornalismo cinematografico italiano sta affrontando molte trasformazioni, anche legate al progresso tecnologico. Dal suo punto di vista, come è cambiato questo settore e che futuro possiamo aspettarci, considerando anche l’esplosione dei cosiddetti content creator?
È un tema delicatissimo. I content creator sono in parte figli di tutto quello che è web e social, dell’esplosione di una sorta di autonomia personale nel mondo della comunicazione. Però la comunicazione sul cinema deve fare una distinzione. È vero che molto precariato si trasforma nel lavoro dei creator, e con tutto il rispetto, perché il lavoro è lavoro per tutti. Ma questo non dovrebbe essere direttamente confuso con la professione giornalistica. Quando vedi una sala piena in cui c’è un’omologazione tra stampa e content creator, non va bene, soprattutto nei festival. Negli ultimi anni è capitato spesso che si dicesse, per esempio, che un film aveva ricevuto l’applauso della stampa o era stato stroncato dalla stampa, ma in realtà ci si trovava davanti a proiezioni in cui convivevano due modi diversi di lavorare intorno alla promozione. La promozione può essere anche giornalismo puro, ma la parentela con la pubblicità e con il marketing è un’altra cosa. La critica è un’altra cosa ancora, non è più un mestiere riconosciuto come un tempo sulla carta stampata, che sta vivendo una stagione di fortissima riduzione. Credo però che sarebbe giusto fare una divisione di campo. Non è vero che la forma di esperienza del content creator, che a volte ci diverte anche molto e piace tanto agli americani, ha lo stesso valore o la stessa valenza di una formazione che, forse, resta fedele a regole un po’ vecchie, ma cerca di mantenere forte il tema dell’approfondimento e della curiosità. Saremmo felici di convivere con queste forme nuove, ormai vicine a noi e che di fatto esistono. Però penso che sia giusto mantenere con chiarezza una distinzione.
Il Direttivo Nazionale dei Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) è presieduto da Laura Delli Colli e composto da Paolo Sommaruga (Vicepresidente), Fulvia Caprara, Nicole Bianchi e Damiano Panattoni con la collaborazione di Maurizio di Rienzo e Fabio Falzone per il Consiglio Nazionale. Segreteria organizzativa SNGCI Susanna Rotunno.
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In foto: Laura Delli Colli / Cr. Daniele Venturelli




